Quel trasferimento indigesto alla politica pordenonese

Nell’autunno di due anni fa la Destra Tagliamento si era ribellata dopo le promesse tradite di investimento in zona da parte della società

Se Atene piange, Sparta non ride. Alla fine della fiera il crac Sèleco rende orfane sia Trieste che Pordenone, che nei mesi scorsi avevano visto le rispettive classi dirigenti politiche ed economiche battibeccare dopo che l’impresa aveva deciso di programmare il suo sbarco non più sulle rive del Noncello ma su quelle del golfo.

Le polemiche erano esplose nell’autunno del 2017 quando lo storico marchio legato alla produzione di televisori si era fatto tentare dalle sirene del porto franco. Nella Destra Tagliamento il timore stava tutto nel fatto che il passo di Sèleco fosse non solo un nuovo colpo a un’economia già in difficoltà ma anche l’inizio di uno processo di squilibrio dell’economia regionale a favore della Venezia Giulia.

E allora apriti cielo. Il presidente di Unindustria Michelangelo Agrusti non ci aveva girato attorno: «Sono stati presi in affitto gli stabilimenti ed è apparso un cartellone enorme con la sigla Sèleco. Abbiamo atteso che cominciasse la produzione, fino a quando abbiamo scoperto che lo stesso film presentato a Pordenone era stato trasmesso anche a Trieste». E forse proprio in quell’occasione si era rafforzata la diffidenza che Agrusti non ha mai nascosto di avere rispetto al regime dei punti franchi triestini: «Sarebbe curioso alimentare un sistema di dumping interno». Argomenti molto simili a quelli tornati in auge in Friuli nelle settimane precedenti alla firma del memorandum tra l’Autorità portuale e il gigante cinese Cccc.

Il centrodestra pordenonese era andato all’attacco della giunta Serracchiani. Per la consigliera regionale Mara Piccin, «il punto franco di Trieste è servito a spostare posti di lavoro da Pordenone a Trieste». E un «amareggiato» Luca Ciriani aveva chiesto la convocazione di un’audizione in Consiglio regionale, in cui l’allora assessore alle Attività produttive Sergio Bolzonello si era tenuto equidistante, pur auspicando pure lui da pordenonese che Sèleco non abbandonasse l’impegno di un investimento nella Destra Tagliamento.

A Trieste il presidente di Confindustria Venezia Giulia Sergio Razeto aveva invitato a evitare le guerre di campanile e il sindaco Roberto Dipiazza si era appellato alla «libertà di impresa», evidenziando che «Sèleco ha trovato porte aperte da noi ed è la benvenuta». Il problema lo ha risolto direttamente il tribunale di Milano, dichiarando fallita la società. —

D.D.A.

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