Referendum in Fvg, due fronti e tante strane alleanze

Forza Italia con M5S, ex missini con partigiani: la partita per il voto dà vita anche in regione a squadre di provenienza eterogenea. Senza imbarazzi
Un cittadino al voto in una foto di repertorio
Un cittadino al voto in una foto di repertorio

UDINE. Stavolta Luca Ciriani, consigliere regionale della destra di Giorgia Meloni, e Marco Duriavig, il segretario di ciò che resta di Sel, sono dalla stessa parte: quella del No alla riforma costituzionale. Con loro pure Franco Belci, l'ex segretario Cgil che cerca di unire le anime disperse della sinistra, ma non si stupisce della strana alleanza: «Su certi temi non contano gli schieramenti».

 

Serracchiani: «Regionalismo sotto attacco? Con il sì aumenta la specialità»
Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia e vicesegretario nazionale del Pd

 

Sparta e Atene, Inter e Milan, Beatles e Rolling Stones a braccetto: nei 58 giorni che mancano al voto referendario del 4 dicembre vedremo assieme gli ex missini con i partigiani (anche l'Anpi è schierato per il No) e vecchi nemici, ideologie opposte, ossimori politici con lo stesso cartello in mano. Così come, dalla parte del Sì, si ritrovano per esempio la presidente Debora Serracchiani, l'ex capogruppo di Sel Giulio Lauri e l'ex pidiellino Alessandro Colautti, fieramente divisi tre anni fa in campagna elettorale. Certo non stupisce che Massimiliano Fedriga attacchi il Pd: «L'obiettivo è garantirsi la poltrona». Che Sandra Savino e Riccardo Riccardi garantiscano «uno sforzo senza se e senza ma per il No». Che Ettore Rosato ribatta: «Vedo tante contrapposizioni diverse alla riforma da parte di chi vuole che nulla cambi e non è in grado di presentare una proposta alternativa».

Ma fino a inizio dicembre la partita referendaria scomporrà e ricomporrà la politica in modo diverso dal solito anche in Fvg. A partire dalla giunta Serracchiani. L'assessore di Sel Loredana Panariti annuncia infatti lo stop alla riforma: «Vero che le competenze "speciali" sono salvaguardate dall'impronta centralista del testo, ma non sono comunque convinta che il bicameralismo differenziato risponda alle esigenze dei territori rispetto al potere centrale. Un caso politico? Io ho sottoscritto un programma che stiamo portando avanti. Non credo che un'espressione di voto possa essere un problema».

 

Fedriga: referendum, un no per difendere la specialità
Massimiliano Fedriga

 

A dividersi, per una volta, è anche la minoranza dem. Lodovigo Sonego e Carlo Pegorer sono uno per il Sì, l'altro, a interpretare le dichiarazioni, per il No. Sonego parla di un testo «migliorato in modo significativo» e che può ora «essere utile all'Italia» e «rafforzarne la credibilità internazionale, testimoniando volontà e capacità di fare le riforme». Pegorer al contrario, ricordato che «da statuto sulla materia costituzionale il Pd lascia libertà di voto e di coscienza», mette in fila perplessità sul «combinato disposto riforma-legge elettorale che sbilancia l'equilibrio dei poteri a favore dell'esecutivo», su alcuni passaggi «che potevano essere normati nei regolamenti parlamentari», su una norma transitoria che «deve farci alzare le antenne tanto più che, a leggere attentamente il nuovo articolo 117, lo Stato avrà la possibilità di far valere sempre e comunque il principio di supremazia» e su un Senato «che al momento, in mancanza di una specifica legge, non sarà eletto direttamente dai cittadini».

Ma se capita che compagni di partito, e di corrente, non la pensino allo stesso modo, posizioni storicamente divergenti trovano invece un punto di incontro. «Non nel merito», precisa Ciriani, consigliere regionale di Fratelli d'Italia che si dice convinto che «se vince il Sì non ci sarà alcuna deriva autoritaria come sostengono la sinistra e la Cgil» e snocciola pure lui tutti i motivi per cui respingere la riforma: «Un monocameralismo e mezzo pasticciato, il neocentralismo che uccide la specialità, un Senato non elettivo che sarà in costante contraddizione con il governo». Nemmeno Belci a dire il vero pensa, in caso di vittoria del Sì, a una deriva autoritaria. La preoccupazione è legata piuttosto «alla complicazione che il Sì porterebbe, per il moltiplicarsi del numero dei procedimenti legislativi e per quello che riusciranno a fare, male e a metà, consiglieri e sindaci a servizio anche di Palazzo Madama. Meloni e Grillo votano come me? Non me ne preoccupo: ragiono con la mia testa come hanno fatto tanti cattolici su divorzio e aborto».

 

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Ettore Rosato

 

Non c'è imbarazzo, questo no, a viaggiare nella stessa direzione quando si è stati sempre indiani e cowboys. C'è piuttosto la voglia di trasmettere le motivazioni tecniche della scelta. Duriavig, segretario di Sel, non si pone il problema di stare con la destra («Del resto partiamo dal paradosso di un provvedimento che ha messo insieme Renzi e Verdini»), ma chiarisce che «su quel versante si vuole far cadere premier e governo, al contrario noi combattiamo la riforma nel merito». Anche il fronte del Sì, dove si sono piazzati tra gli altri Riccardo Illy, Furio Honsell e Leopoldo Coen, unisce nord e sud della politica. Il gruppo Ncd in Consiglio non ha mancato di sostenere Serracchiani in alcune occasioni. O almeno di non farle la guerra. Ma stavolta la convinzione di Colautti si sposa totalmente col credo renziano: «In un clima di "speciali" sotto attacco, il No sarebbe una iattura». E pazienza se il rischio è di restare fuori dai giochi 2018: «Se passa la linea Salvini, è evidente che l'escluso a centrodestra saremo noi».

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