Immagini, lacrime e applausi per Matteo e Tommaso: l’abbraccio del PalaTrieste

I due giovani accomunati dalla morte a Monfalcone in circostanze diverse erano entrambi giocatori di basket. L’omaggio prima dell’inizio della partita

Lorenzo Gatto
Il tabellone sabato sera al PalaRubini (fotoservizio Francesco Bruni)
Il tabellone sabato sera al PalaRubini (fotoservizio Francesco Bruni)

Ci sono anime troppo pure per gli spigoli di questo mondo. Matteo Babich era una di queste. Sensibile, buono, forse troppo per un’esistenza che spesso dimentica di essere gentile con chi ha il cuore fragile.

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Matteo Babich (foto Servolana Basket)

Matteo ha deciso di fermarsi, di dire basta a una ricerca di risposte che non arrivavano, lasciando dietro di sé un silenzio che urla tra i canestri della sua vita. Quelli del PalaRubini, che sabato sera l’ha voluto ricordare stringendosi ai suoi cari presenti nelle tribune e a quelli di Tommaso Andreuzza, accomunati da un destino crudele – la morte a Monfalcone in circostanze diverse – ed entrambi amanti della palla a spicchi.

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Tommaso Enzo Andreuzza

Durante la sfida tra Trieste e Trento, le immagini di questi due ragazzi sono corse sullo schermo del palazzo di Valmaura. Un ultimo palleggio ideale che ha unito il pubblico in un ricordo commosso, capace di scaldare per un attimo il gelo di queste assenze. Tommaso, 27 anni, aveva calcato il parquet, di cui Matteo, 25 anni, era una promessa. E di quest’ultimo, chi lo ha visto giocare ne ricorda il talento limpido, quella capacità di far sembrare facili le cose difficili.

Ma proprio quel dono, quella passione per il basket, era diventata negli anni una compagna esigente. Le aspettative, quelle degli altri, ma soprattutto le proprie, possono diventare un fardello pesante per chi vive ogni cosa con un’intensità fuori dal comune. Aveva smesso di giocare, ci stava riprovando, cercando sui parquet una certezza che la vita, fuori dalle palestre, faticava a offrirgli.

Ma il basket era solo la cornice di un quadro molto più complesso, fatto di una ricerca interiore profonda e, purtroppo, solitaria. In questo percorso già tortuoso, lo spartiacque del Covid è stato devastante. Per un’anima che già faticava a trovare il proprio posto, l’isolamento di quell’anno e mezzo è stato un colpo durissimo. In quella solitudine forzata, lontana dai compagni e dal ritmo rassicurante degli allenamenti, Matteo si è perso nei meandri dei suoi pensieri.

Senza il rumore del campo a distrarlo, le domande esistenziali si sono fatte più feroci, e quel tempo sospeso, che per molti è stato una parentesi, per lui è diventato una stanza senza porte in cui il dolore ha iniziato a mettere radici troppo profonde. È lì, in quel vuoto fatto di silenzi e riflessioni incessanti, che la sua malinconia ha iniziato a trasformarsi in un oceano troppo vasto da navigare.

Ciò che lascia attoniti, oltre alla perdita, è la dinamica del suo ultimo gesto. Una scelta compiuta con una lucidità spaventosa, quasi a testimoniare quanto fosse radicata e consapevole quella sofferenza che si portava dentro. Non è stato un impulso, ma l’atto finale di un’anima stanca di lottare contro un dolore che non trovava pace. È la prova cruda di quanto fosse vasto l’abisso che Matteo cercava di superare ogni giorno. Ai genitori e al fratello resta oggi l’eredità più difficile: un dolore che toglie il fiato, un buco nero che nessuna parola può colmare.

A loro va l’abbraccio di un’intera città, come per i familiari di Tommaso, il calore di chi riconosce in quel vuoto il segno di un legame che è stato, ed è tuttora, fortissimo. Ma resta anche la certezza di aver amato un ragazzo raro. Matteo non se n’è andato perché non fosse amato, l’affetto della famiglia, degli amici e dei tanti compagni di squadra era costante, ma perché quell’amore non riusciva a fare da scudo a una vita che non ha saputo coccolarlo come meritava.

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