Se il futuro è old economy

La questione ambientale sta facendo emergere le contraddizioni del nostro sistema politico regionale. E la ragione c’è: è diventata, inaspettatamente, il nodo di tutte le grandi questioni di governo. Non c’è, infatti, solo il versante politico delle decisioni, quello cioè che evoca in primo piano il rapporto tra potere e consenso, tra legalità e legittimità, tra leadership e partecipazione.


Due facce della stessa medaglia: la nostra democrazia e il suo metodo. C’è anche la trama degli interessi che occorre esaminare per comprendere per quale ragione la vicenda di una piccola autorizzazione possa scuotere a tal punto maggioranza e opposizione. Se il dilemma ha posto per primo il problema di quale democrazia vogliamo, per seconda pone una questione non meno decisiva: quale modello di sviluppo, quale capitalismo, vogliamo costruire in Friuli Venezia Giulia. È una domanda sulla quale il centrosinistra farebbe bene a riflettere, ma che dovrebbe porsi anche il centrodestra all’opposizione.


Se si mettono in fila quelli che appaiono come casi isolati, dal cementificio alla vetreria di S. Giorgio, possiamo dedurne una conclusione: in Regione, soprattutto nel territorio friulano, il modello fordista, quello che una volta si sarebbe chiamato old economy, non arretra, ma avanza. I settori tradizionali e maturi, in modo diseguale tra loro e al loro interno, attraversano un ciclo positivo grazie alla domanda internazionale sostenuta. Il caso della siderurgia è un esempio eclatante: dato per morto, il settore è rinato, e oggi è vivo e ricco. Ma una cosa è un sistema produttivo ereditato per via di determinate condizioni storiche, un’altra è decidere di investire ancora su questa linea per il futuro. Sono due scenari differenti.


Da questo punto di vista, molta parte del tessuto economico della nostra regione opera in settori di media o bassa tecnologia che, avvertendo il morso doloroso della concorrenza dei Paesi emergenti, reagiscono in modi diversi: o mediante uno sconfinamento tecnologico, cioè estendendo la gamma dei loro prodotti al settore tecnologicamente più avanzato che confina con il loro, in modo da evadere dall’assedio della concorrenza asiatica; oppure usano come scudo un marchio, il design, o delocalizzano nel tentativo di contenere i costi per accettare la sfida del prezzo. Entrambe queste risposte generali hanno in comune un tratto dominante: sono difensive.


Ora le scelte che la Regione si appresta a fare sembrano indicare che non si tratta più di accompagnare le imprese nella trasformazione che dovrebbe loro consentire, in vari modi, di reggere alle nuove condizioni della competizione internazionale. Si tratta di proseguire su questa strada, aprendo vetrerie e cementifici. Questa scelta, al di là dei possibili problemi ambientali e dei dissensi che produce, non è priva di conseguenze. Innanzi tutto, da quattro anni il presidente Illy e la sua maggioranza predicano, con ragione, il verbo dell’economia della conoscenza e dell’innovazione. Si aveva quasi l’impressione che il governatore in particolare fosse talmente consapevole della necessità di avviare una difficile evoluzione dell’economia regionale verso un approdo postfordista, che una sua tendenza al dirigismo potesse essere spiegata anche con le resistenze e le inerzie che il suo lavoro incontrava.


La strategia è corretta perché aveva individuato l’handicap economico della regione: la lentezza nel passare da una logica di importazione di conoscenza a una di autoproduzione che consiste nel passaggio a strutture, imprese, cultura che hanno metabolizzato la necessità di investire in quelle che gli economisti chiamano risorse immateriali (ricerca, tecnologia, design, logistica, conoscenza applicata e altro). Ma ora si apre una contraddizione tra ciò che il centrosinistra ha comunicato finora e ciò che si accingerebbe a fare. Perché la vetreria e il cemento non solo sono fordiste, ma vetero-fordiste. Inoltre, in una regione dove la disoccupazione quasi non esiste, un centinaio di posti non solo non risolvono nulla ma rischiano di innescare tensioni, perché quel tipo di lavoro poco qualificato in genere attira gli extracomunitari. Come mai il presidente Illy, che ha ben chiaro il contesto e le sfide del futuro, dovrebbe impegnarsi per un cementificio?


Conoscendo la correttezza del governatore, la risposta può essere una sola: perché il sistema industriale regionale riesce a produrre solo questo e preme per ottenerlo. Nonostante i suoi sforzi in direzione opposta. Ma se è così, il centrosinistra non dovrebbe più parlare di modernizzazione, piuttosto dovrebbe parlare di industrializzazione. Con i costi che comporta, compresi quelli ambientali e sul territorio (il Veneto ha qualcosa da insegnarci). Inoltre, se il modello di sviluppo di domani sarà lo stesso di ieri, cadrà ogni possibilità di far stratificare e far emergere una classe dirigente imprenditoriale, professionale diversa da quella attuale. Gli economisti non fanno che spiegarci che siamo troppo poco postfordisti, noi diventiamo ancora più fordisti. Come se, per una serie di coincidenze, soprattutto in Friuli dovessero esserci solo i «cinesi» della regione.


In questa scelta, è implicito un rischio per il centrosinistra: che invece di apparire come la classe politica che guida la società verso il cambiamento, che ha una visione e indica la direzione di una modernità da raggiungere, vale a dire invece di essere una classe dirigente innovatrice, resta prigioniera del vecchio modello di sviluppo, della vecchia classe dirigente, della sua vecchia logica. Fa fatica a fuoriuscire dal sistema esistente, a dare un segno di discontinuità per affrontare il mondo che cambia. Invece di confermarsi innovatrice, si scopre continuista. Gratta il modernizzatore e trovi l’opposto? È un rischio che la maggioranza ha considerato? Ma la questione tocca anche l’opposizione di centrodestra. La Casa delle libertà si è schierata contro le scelte di Intesa. Perché lo ha fatto? Perché ritiene che Illy stia innovando troppo poco e, quindi, si fa promotrice di una modernizzazione della struttura produttiva e sociale più estesa? ”Vera”?


O lo fa perché pensa che Illy stia innovando molto, e quindi si posiziona in difesa dell’esistente? Non basta dire no. Non basta sfruttare le difficoltà dell’avversario. Occorre anche avere in mente un’idea di Regione. E qual è quella del centrodestra? Difendere l’ambiente in fondo è facile. Difficile è promuovere riforme che riorganizzino il sistema produttivo e lo incanalino verso la dimensione giusta per non essere schiacciato dalla globalizzazione. Da questo punto di vista, forse è preso da ansia eccessiva chi, nel centrosinistra, teme che se non si fa il cementificio poi non si potrà più fare nulla, dalla Tav ai rigassificatori. Forse è vero il contrario: solo selezionando le scelte realmente strategiche da quelle che non lo sono, una leadership acquista quella credibilità che rende più agevole affrontare le eventuali resistenze a progetti pesanti, come il Corridoio 5 o il rigassificatore.


Il centrodestra non ci ha ancora spiegato se dice no al cementificio perché Illy potrebbe dire sì, o perché comprende che un modello di sviluppo ereditato dal passato non può più continuare a produrre sulla stessa via. E deve cambiare. L’ambiente non è solo un tema sensibile per l’opinione pubblica. È diventato il crocevia dello sviluppo. C’è una crisi climatica che non si deve sottovalutare, c’è un debito ambientale che dobbiamo restituire. Ma soprattutto rappresenta il salto qualitativo che viene richiesto alle economie più avanzate, che non possono prescindere dall’orizzonte di una economia a basse emissioni. Pochi giorni fa Edo Ronchi, ex ministro dell’ambiente, autore di libri importanti, ha ricordato in un articolo che Inghilterra e Germania stanno per imporre programmi molto severi che obbligheranno le loro economie a una profonda ristrutturazione per inquinare meno. Guarda caso, Inghilterra e Germania sono tra i Paesi che crescono di più. Non so come finirà il dibattito in Consiglio regionale.


Ma c’è da sperare che tutti riflettano non solo sui parametri delle centraline Arpa. Quando Victor Hugo medita sull’enigma della sconfitta di Napoleone a Waterloo arriva a una conclusione sorprendente: spiega che quella notte piovve troppo. Scrive: «Una nuvola fuori stagione è bastata a far crollare un mondo». Una piccola, trascurabile pratica, ci pone di fronte alla scelta di ciò che vogliamo essere nella rivoluzione del mondo. Che cos’è la rivoluzione? «Se volete saperlo - scrive Victor Hugo - chiamatela Progresso. E se volete rendervi conto di quel che sia il progresso, chiamatelo Domani. Domani compie irresistibilmente la sua opera. E la compie a cominciare da oggi». Se il nostro oggi fosse un cementificio?

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