«Giustizia negata»: il dolore senza fine del padre di Pierluigi Rotta cinque anni dopo la strage in Questura
Pasquale Rotta torna a denunciare l’assoluzione dell’assassino del figlio e di Matteo Demenego: «Non avrò pace finché non sarà fatta giustizia»

Una ferita che non potrà mai rimarginarsi. Quella di un padre che ha visto ucciso il proprio figlio in una tragedia assurda, senza neppure la consolazione di poter vedere il responsabile di quell’atto omicida condannato da un Tribunale. Sono passati più di cinque anni da quel 4 ottobre 2019, il giorno in cui Pierluigi Rotta e Matteo Demenego sono stati uccisi a colpi di pistola nella Questura di Trieste da Alejandro Augusto Stephan Meran. E tra poche settimane saranno trascorsi due anni dalla sentenza della Cassazione che il 27 febbraio 2024 ha confermato l’assoluzione di Meran per incapacità di intendere e di volere. E per il padre di Pierluigi, Pasquale Rotta, quell’epilogo giudiziario resta impossibile da accettare.
Prendendo spunto dai controversi risvolti giudiziaria di un’altra tragedia, quella di Crans-Montana in Svizzera, Pasquale ha scritto un duro sfogo in un post sul gruppo social da lui stesso amministrato: “Giustizia per Pierluigi e Matteo – anche noi siamo Figli delle Stelle”. Il riferimento è alla notizia dell’apertura da parte della Svizzera all’impiego di squadre investigative comuni, attese dalla Procura di Roma.
«Perché non sono stati mandati gli ispettori a quel processo?» scrive Rotta alludendo al procedimento giudiziario che, dopo tre gradi di giudizio, ha assolto Meran. «Invece adesso mandano degli esperti forensi in Svizzera. Anche io, padre di un poliziotto ucciso, avrei voluto lo stesso trattamento». «Ma io non dimentico – ha aggiunto il padre di Pierluigi – e non avrò pace finché a mio figlio non sarà data la giustizia negata».
Parole in cui si legge ancora, intatta, tutta la sofferenza di un genitore la cui vita, dal 4 ottobre del 2019, è cambiata per sempre. Sfoghi sui social che hanno accomunato, nel corso degli anni, Pasquale Rotta e Fabio Demenego, il padre di Matteo. Anche Fabio non ha mancato di esprimere il suo dolore e la sua indignazione per quell’esito giudiziario. In particolare in un’occasione: «Mio figlio Matteo – aveva scritto Demenego dopo la sentenza della Cassazione –, ucciso in servizio, dentro una Questura, mentre soccorreva il collega Pierluigi. Nascosto dietro la porta c’era l’assassino che “incapace di intendere e di volere” ha saputo attendere e a mo’di esecuzione l’ha ucciso. Che “incapace di intendere e di volere” ha sparato con due pistole, che ha evitato di sparare alla persona che si è trovato davanti fuori dalla Questura e che si è arreso chiedendo un’ambulanza».
Due padri ormai da anni uniti nel dolore e accomunati dalla sensazione di non aver avuto giustizia. Indignati da quella parola, “assolto”, che per un genitore resta impossibile da associare a chi ha ucciso il proprio figlio.
Il post di Rotta ieri ha suscitato numerose reazioni: decine di commenti improntati sulla solidarietà e sulla condivisione del giudizio negativo per la sentenza.
La tragedia che nell’ottobre del 2019 ha sconvolto Trieste continua, insomma, a far discutere. E intanto, Meran si trova ancora a Calice al Cornoviglio (La Spezia) in una Rems, struttura sanitaria residenziale per gli autori di reati affetti da gravi disturbi mentali e ritenuti socialmente pericolosi.
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