Gli studenti iraniani scendono in piazza a Trieste: il sit-in in Ponterosso

"Siamo qui per un momento simbolico", ha detto uno studente: "Chiediamo al governo italiano di riconoscere Reza Pahlavi a capo dell'Iran e di chiudere l'ambasciata della Repubblica islamica"

Laura Blasich
Il sit-in degli iraniani in piazza Ponterosso (Silvano)
Il sit-in degli iraniani in piazza Ponterosso (Silvano)

In piazza Ponterosso, a Trieste, dove in tanti studiano e altri lavorano, i giovani iraniani sabato pomeriggio hanno portato le bandiere nazionali con il leone e il sole, il simbolo storico e monarchico, in uso ufficiale fino alla rivoluzione islamica del 1979.

Assieme a quelle degli Stati Uniti e di Israele, che assieme il 28 febbraio hanno sferrato l’attacco sul Paese mediorientale, provocando la morte della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Un abbinamento impensabile fino a solo qualche settimana fa e che non ha mancato di attirare l’attenzione di cittadini e turisti, tenutisi però alla larga dalla manifestazione, partecipata da circa 150 persone in tutto.

«Abbiamo il coraggio di mostrare le bandiere di chi ci sta aiutando – ha detto una giovane, che dopo gli studi a Trieste ha trovato lavoro in città e non ha voluto rivelare il suo nome –. Abbiamo fatto appello a tutto il mondo per rovesciare un regime che ha sterminato il nostro popolo e solo loro hanno risposto».

Dopo il ballo spontaneo di sette giorni prima alla notizia della morte di Khamenei, l’evento di ieri pomeriggio è stato organizzato sempre per festeggiare la scomparsa dell’ayatollah, pur nella consapevolezza che «gli italiani stanno facendo difficoltà ad ascoltare la voce vera dell’Iran, che siamo noi». Ancora una volta, come dall’attacco di Usa e Israele sull’Iran, i giovani iraniani hanno provato a raccontare quali sono i loro sentimenti e le loro posizioni a chi si è fermato chiedendo spiegazioni. «Siamo tristi per quanto stra succedendo, ma anche felici perché finalmente abbiamo una speranza che il regime cada», ha aggiunto la giovane, da dieci giorni senza contatti con i suoi famigliari in Iran («internet è sempre bloccato»). «Nessuno può parlare al posto nostro – ha sottolineato con tremito nella voce –. Noi vogliamo indietro il nostro Paese per ricostruirlo. Siamo fieri di essere iraniani».

 

Sit-in degli studenti iraniani in piazza Ponterosso a Trieste

 

Al centro del cerchio di ragazze e ragazzi, ma anche di iraniani residenti da più tempo nel capoluogo giuliano, un feretro di cartone con le immagini dell’ayatollah Khamenei e il suo fantoccio all’interno. “Rat Ali”, come gli studenti in Iran l’hanno soprannominato nelle proteste di inizio gennaio, terminate nel sangue, dipingendolo come un codardo, capace solo di nascondersi. I pupazzi a forma di topo sono comparsi anche in piazza Ponterosso, dove il feretro è stato sollevato più volte e fatto ballare sulle note prima di “Ymca” dei Village People e poi delle hit rap e pop iraniane. «Siamo qui per un momento simbolico di celebrazione per la morte dell’ayatollah Khamenei», aveva spiegato all’inizio dell’evento uno degli organizzatori. «Al governo italiano chiediamo di riconoscere a capo dell’Iran Reza Pahlavi e di chiudere l’ambasciata della Repubblica islamica», aveva poi aggiunto.

Con un immagine del figlio dello scià tra le mani anche Zara, nome preso in prestito per non esporsi alle ritorsioni del regime. «Mi sono laureata a Trieste, dove sono arrivata 12 anni fa adesso lavoro, e non torno in Iran da 10 anni – ha raccontato Zara, senza alcun contatto con i famigliari da quattro giorni –. Ho, abbiamo paura: basta aver postato qualcosa di sgradito, come ho fatto io. Tutti gli iraniani sono in pericolo fino a quando c’è questo regime. Non siamo contenti della guerra. Come potremmo esserlo? Siamo ovviamente preoccupati in questo momento per tutto il popolo iraniano, ma c’è anche la speranza di potersi liberare da chi ci sta uccidendo da 47 anni. Gli italiani non lo capiscono questo, o forse non lo vogliono capire».

La manifestazione, presidiata dalle forze dell’ordine e svoltasi in modo del tutto tranquillo, si è chiusa con l’esecuzione corale di “Ey Iran”, un canto patriottico ormai diventato il contro inno per i movimenti di protesta al regime. —

Argomenti:cronaca

Riproduzione riservata © Il Piccolo