Stuprata in soffitta da uno spacciatore a Trieste

TRIESTE L’ha portata in una soffitta di una vecchia casa abbandonata, in zona Cavana. Erano circa le quattro di notte. L’ha spogliata e stuprata. «Mi ha minacciato, dicendomi di non urlare, e io, impaurita, sono stata in silenzio», ha raccontato la ragazza alla polizia. Vent’anni. Una notte trascorsa con gli amici a zonzo per la città. Poi l’incontro con uno sconosciuto. Fino al drammatico epilogo. Il presunto violentatore è stato rapidamente rintracciato dagli agenti della Questura: è un ventiquattrenne di origini kosovare, già noto alle forze dell’ordine per numerosi precedenti. È lo stesso che rapinava le vecchine qualche mese fa, assieme a un complice turco, strappando collanine e borsette. Lo straniero in questo periodo sta scontando gli arresti domiciliari fuori regione per altri reati. Dato che conosce il fidanzato della vittima, ne omettiamo l’identità per non renderla riconoscibile.
L’abuso sessuale, di cui deve ora rispondere, si sarebbe consumato la notte tra il 31 maggio e il 1 giugno dell’anno scorso. L’udienza in Tribunale per la discussione del caso si terrà proprio oggi davanti al giudice Giorgio Nicoli. Il kosovaro è difeso dall’avvocato di fiducia Andrea Cavazzini. È il pm Federico Frezza ad aver indagato sull’accaduto. Una vicenda che la giovane ha descritto con precisione nel verbale di denuncia, nonostante lo choc subìto.
Tutto comincia in centro città in tarda serata. La ventenne è assieme a un coetaneo che frequenta in quel periodo. Il ragazzo è alla ricerca spasmodica di cocaina. In quel momento è senza cellulare e per chiamare lo spacciatore con cui è abitualmente in contatto usa il telefonino della fidanzata: lo spacciatore è il kosovaro che poi riuscirà ad appartarsi con la giovane. Il gruppetto si dà appuntamento in zona Barriera ma lo straniero non ha con sé lo stupefacente. Deve acquistarlo da altri, così dice, e per farlo i tre si spostano in altri punti della città fino ad approdare in piazza della Borsa e in piazza Unità. Bevono qualche bicchiere in compagnia, la serata sembra volgere al termine.
Ma in quelle ore la vittima inizia a sentirsi male: quel giorno, come riferirà in Questura, ha assunto una doppia dose di uno psicofarmaco che utilizza quotidianamente. Avverte stanchezza e debolezza. E, più passano i minuti, peggio sta. Fino a quando, ormai esausta, domanda di chiamare un taxi per tornare a casa.
Il kosovaro trova una scusa per restare solo con la ragazza e sale in auto con lei. Assicura di volerla accompagnare ma, mentre la ventenne si assopisce, ordina al tassista di andare verso Molo Audace. Scendono dall’auto. La ragazza fa fatica a stare in piedi. «Sei stanca, vieni a casa mia...», mormora lui con fare gentile. Lei, priva di forze e con l’unico desiderio di coricarsi un po’, accetta. I due si incamminano verso Cavana raggiungendo rapidamente uno stabile abbandonato che il ventiquattrenne sembra conoscere. Sono circa le quattro di notte. La giovane si accorge subito che l’abitazione è disabitata e in cattive condizioni. C’è buio e sporcizia. Ma non protesta. Quando salgono su delle scalette di legno che portano a una soffitta, la ragazza vede un materasso e si distende per chiudere un po’ gli occhi. «Percepivo che sotto quelle buone intenzioni c’era qualcosa d’altro - ricorderà la vittima - ma al pensiero di poter riposare non ci ho dato il giusto peso». È ormai in trappola. La ventenne si sveglia quando sente le mani che la toccano e la spogliano. «Non provare ad urlare», le sussurra lui con fare minaccioso. Dopo il rapporto il kosovaro la lascia andare.
È quasi l’alba quando la ragazza, stremata e in lacrime, vaga per strada. Una donna, che in quel momento sta portando il cane, la vede e chiama la polizia. La ventenne viene portata al Burlo. Le indagini scattano subito.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








