TREMONTI E LA RIPRESA
Trascorso ferragosto con le sue cattive notizie sull'economia europea,l'attenzione si sposta sulla ripresa. Poiché Tremonti è chiaramente il dominus della nostra politica economica, vale la pena di considerare se la sua impostazione possa servire ad accelerarla o meno. Che la quasi stagnazione che stiamo attraversando abbia origine e causa nella crisi finanziaria americana e che sia stata resa più difficile dagli aumenti delle materie prime è opinione largamente condivisa. Possono la contrarietà di Tremonti alla globalizzazione e il suo attribuire alla speculazione la ripresa inflazionistica aiutarci a far ripartire l'economia? Lasciando da parte ogni osservazione sugli errori teorici contenuti in tali posizioni e sulla loro componente demagogica, la risposta è decisamente negativa.
Se la crisi nordamericana è figlia di politiche monetarie e regolamentari troppo lassiste, non si deve dimenticare che sottostante c'era e c'è il grave squilibrio della bilancia internazionale Usa. Prima o poi la domanda da quella parte deve calare. Anche in Europa, con la popolazione che invecchia e consumi stagnanti, non c'è da aspettare gran che. Sono solo i Paesi in via di sviluppo che possono rappresentare un mercato di sbocco per le nostre esportazioni. Una politica che sia pregiudizialmente ostile alla globalizzazione e si riveli tale in tante piccole occasioni anche a livello europeo,non è destinata a facilitare i nostri rapporti con Cina, Brasile, India e così via. Quanto alla speculazione, nonostante qualche regola restrittiva introdotta nelle borse americane, è quasi impossibile eliminarla con editti. Infatti il petrolio e gli altri stanno calando perché si riduce la domanda. Ma Tremonti non manca di fantasia e ha suggerito di utilizzare il Trattato di Roma contro i monopoli per contrastare il cartello del petrolio. Trascura, il ministro dell'economia, che l'Opec è fatta da stati che dispongono di enormi disponibilità finanziarie che potrebbero benissimo sospendere le vendite all'Europa. Al massimo subirebbero una temporanea riduzione dei prezzi negli altri mercati.
Coerentemente con questa impostazione è nata la Robin tax, che dovrebbe dare ai poveri togliendo ai ricchi, dimenticando che quasi sempre i ricchi sono degli oligopoli e hanno la possibilità di traslare ai consumatori il peso dell'imposta. Il terzo pilastro della politica di Tremonti è quello di non aggravare il debito dello Stato e di raggiungere, come voleva Padoa Schioppa, l'equilibrio di bilancio per il 2011. Su tale obiettivo c'è solo da prendere atto del ravvedimento, perché sono stati proprio i precedenti anni di governo del nostro che hanno pericolosamente accresciuto la spesa pubblica primaria. Purtroppo si sono abbandonate le analisi del precedente ministro volte a individuare gli sprechi e i tagli indiscriminati rischiano di peggiorare la già scarsa efficienza dei pubblici servizi. Grande incognita è l'economia sociale di mercato di cui Tremonti ha parlato come del modo per rilanciare lo sviluppo. «Esperienze, tempi, metodi, indirizzi e controlli possono essere messi in campo da forze esterne al governo e alla politica, ma che pure sono parte essenziale del Paese: parti sociali, sistema industriale, bancario, fondazioni, società civile. In tempi straordinari è un dovere chiedere ed aspettarsi l'impegno di tutti nell'interesse generale».
Sembra si voglia scaricare su tutti o parte dei soggetti sopra menzionati una serie di compiti cui oggi provvede o dovrebbe provvedere lo Stato. In termini di ripresa questo non porterebbe né miglioramenti nella domanda, né nell'offerta. In breve non è con le politiche di Tremonti che possiamo sperare di avvicinare il momento del rilancio della nostra economia.
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