«Trieste non può permettersi di far scappare i suoi talenti»
di Gabriella Ziani
L’hanno di nuovo eletta a capo dei Giovani imprenditori di Trieste per acclamazione, secondo mandato. Del resto sono solo in 35, quanto una classe di scuola, gli industriali “giovani” nella provincia di Trieste dove appena l’11% del Pil deriva da impresa. Quasi la metà degli associati sono “figli di famiglia”, eredi o compartecipi di aziende create dai padri, l’altra metà ha fondato una propria impresa specialmente di tipo “leggero”: tecnologico, finanziario o nel campo della comunicazione. Su questi governerà per altri 2 anni Elisabetta Cividin, 39 anni che sfumano a giorni nei 40, sorella di Donatello che è presidente dell’Associazione costruttori. Nella Cividin costruzioni ereditata dal padre è consigliere di amministrazione, della Cividin srl è procuratore.
Di nuovo eletta per acclamazione?
Di nuovo. Mi hanno voluta a tutti i costi.
Con quale programma li ha di nuovo convinti?
Marketing associativo, promuovere la cultura d’impresa nel nostro gruppo, relazionarci con l’esterno, abbiamo appena fatto gemellaggi con Pavia e Brescia.
Suo vice è Roberto Cafagna, che anche nell’associazione nazionale si occupa di innovazione e trasferimento tecnologico. Che cosa fate in questo campo strategico per Trieste?
Attendiamo i risultati, il territorio è molto agevolato per i tanti istituti di ricerca esistenti.
Non se ne vedono molti.
Forse adesso riusciremo a partire coi progetti, le basi ci sono. Cerchiamo sinergie a livello nazionale. L’importante è lanciare progetti non banali. Alcuni sono nati ma non sono durati.
Non collaborate con l’Area di ricerca?
Certo, con Area abbiamo fatto incontri in 11 scuole, parlato con 500 studenti. Ci interessa seminare cultura, aiutare quelli che chiamiamo i “più giovani di noi”.
Emma Marcegaglia a capo di Confindustria oggi, Michela Cattaruzza e Federica Guidi in passato alla guida dei giovani imprenditori di Trieste e dell’Italia. Industria maschile, ma rappresentata da donne?
Perché si vede la nostra abilità nell’essere determinate. Ce lo riconoscono. La gran parte dei giovani uomini ci mostra rispetto, ci dà aiuto e fa squadra. Io mi sento molto sostenuta. Anche nella mia azienda, mondo molto maschilista, ho relazioni facili e semplici proprio con tutti.
Insomma siete le leader dei maschi?
Anche a noi interessa uscire dalla nostra azienda, capire il mondo esterno e scoprire come si può respirare nonostante azienda, associazionismo e famiglia. È la scommessa di noi donne.
Lei che cosa ha scoperto?
Contatti, una mia crescita professionale molto positiva. Persone più adulte che hanno lasciato un buon segno. Anche impegno, uso della volontà, molto sacrificio.
Lei ha figli?
Ne ho 3, due femmine di 14 e 13 anni e un maschio di 5. Cerco sempre di studiare con le più grandi e giocare con il più piccolo, e naturalmente sono anche la mamma-taxi. Ci tengo molto, a volte li porto con me, e il piccolo dice: “Mamma, questo è il tuo secondo ufficio, vero?”. Si sentono gratificati, però.
La crisi investe di più le aziende grandi o le piccole?
Tutte. Chi ha risorse proprie in questo momento pensa, studia, reinventa e investe sulla trasformazione. Tutti pensiamo allo stesso leit-motiv: qual è la strada per progredire?
Nuovo governo Monti. Che cosa chiedete?
Fiscalità più leggera, riforme che possano essere rispettate. Sburocratizzare. Non è possibile (parlo dell’edilizia) che proprio gli enti pubblici paghino perfino dopo due anni. A catena non viene pagato nessuno. Ci sono imprenditori che per questo solo motivo si trasferiscono in Austria, in Slovenia. Si vedono costretti.
Proposte all’amministrazione Cosolini?
Che si crei un vero collegamento per il lavoro, ma non solo uffici d’informazione. Che ci siano esperienze messe in comune, contatti veri. Che si trasmetta ai giovani il pensiero che, anche nei momenti di crisi, uno ce la può fare: apriamoci, mettiamoci insieme. Facciamo restare i giovani a Trieste.
Non lo fanno, vero?
Ce n’è tanti che vengono da fuori a studiare qui, anche stranieri che investono su di noi, ma dobbiamo dar loro la possibilità di rimanere. Questo sforzo no, non si vede ancora. Siamo noi i primi a dare il consiglio di andare all’estero per completare conoscenza ed educazione, ma il messaggio è sempre: “Vai, e poi torna, porta sul tuo territorio quanto hai accumulato”. È la città, però, che deve creare le occasioni.
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