Migranti, sgombero tra i cantieri di Porto Vecchio: chiusi i magazzini della Regione
Interessati gli hangar 7 e 10, trasferiti in 95. Le associazioni: «Metà rimasti esclusi»

Muhammad Umer, pachistano di nemmeno vent’anni, viene scortato fuori dal magazzino 7 alle prime ore del mattino. Il volto infreddolito e stropicciato dal sonno, il centogrammi sporco delle polveri dei cantieri, in spalla lo zainetto con dentro i pochi averi rimasti dal cammino: il telefonino, il caricabatterie, due soldi e un paio di calzini. Altro non ha perché, racconta, nel mese trascorso in quell’hangar scuro non di rado è stato preso di mira da sconosciuti più grandi di lui, e derubato di quanto aveva in tasca. «It was cold and dangerous». «Era freddo e pericoloso», dice rivolto alle sue spalle, già in fila in largo Santos. In attesa d’essere trasferito altrove.

La scena è la stessa vista una settimana fa, fotogramma dopo fotogramma. Le ronde alle prime luci dell’alba, il pattugliamento dell’area, quindi l’inizio dell’operazione disposta dalla Prefettura, attorno alle 7.30 del mattino.
Nel vecchio scalo è presente personale di Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia locale, coordinato dalla Questura per i controlli nei fabbricati e per l’identificazione dei profughi. All’attenzione ci sono, questa volta, i fatiscenti magazzini 7 e 10, nella fila più centrale di edifici all’altezza del Molo III, in piena area di cantiere.
Entrambi destinati a ospitare uffici regionali, da diverse notti sono diventati rifugio d’emergenza per i migranti restati fuori dal circuito d’accoglienza e senz’altra soluzione dopo la chiusura dei magazzini più a sud dello scalo. Il loro cammino è così continuato lungo il Porto Vecchio, spostandosi da un hangar sigillato all’altro.

In pochi minuti i profughi vengono fatti uscire e scortatati tra ruspe e scavi allagati del viale monumentale, in fila indiana fino ai due gazebo della Croce Rossa allestiti ai varchi del Porto Vecchio. In largo Santos si formano due lunghe code di migranti, divise a spanne tra chi aveva già presentato o richiesta di protezione internazionale e chi meno. Muhammad Umer quel pezzo di carta, in mano, non ce l’ha, e così si affida alle pettorine blu dell’Unhcr per ricevere mediazione, un’informativa legale e capire dove andrà. «Al Nord», dice.
Accanto a lui attende un gruppo di uomini nepalesi di mezz’età, provati dall’inverno e dalle fatiche di un viaggio durato due mesi. «Ho lasciato il Nepal per problemi politici e per cercare un lavoro altrove: a casa ho una moglie e un figlio di 12 anni, spero di poterli far arrivare qui», racconta Dipak Kumar, giunto in piazza Libertà due settimane fa e da allora accampato in Porto Vecchio. In fila, anche lui, per ricevere assistenza sociosanitaria e un pasto di conforto dalla Caritas.
Arrivati al termine della mattinata le persone prese a carico e trasferite sono state in tutto 95: di queste – riporta la Prefettura – solo una ventina aveva presentato richiesta d’asilo, mentre la maggior parte ha manifestato comunque la volontà di entrare nel circuito d’accoglienza dopo l’identificazione. Ma non tutte avrebbero trovato posto sulle corriere dirette nei centri fuori regione. Almeno un centinaio, denunciano le associazioni, sarebbero rimaste escluse dell’operazione, tornando così a popolare altri magazzini non ancora chiusi.
«Come già nei precedenti sgomberi, le operazioni si sono svolte senza criteri chiari e trasparenti, e hanno coinvolto sia richiedenti asilo che avevano già l’invito della Questura, sia persone appena identificate: non è stato rispettato alcun criterio di cronologia e, più grave, non è stata garantita priorità a tutti i soggetti fragili», critica l’Ics, bocciando la gestione «emergenziale e spettacolare» del fenomeno migratorio. I profughi arrivano e continuano ad arrivare, ma «si continua a sgomberare Porto Vecchio senza predisporre soluzioni adeguate, consapevoli – annota l’Ics – che la situazione si presenterà uguale la prossima volta: basterebbero trasferimenti ordinari con numeri incrementati, adeguati al numero di arrivi, e una struttura di bassa soglia per evitare alle persone di rimanere per strada».
Riempito l’ultimo pullman è iniziata la bonifica dei magazzini 7 e 10, poi sigillati dalla Regione con barriere simili a quelle poste a chiusura dei quattro edifici sgomberati nell’ultimo paio di mesi.
Il 3 dicembre era toccato agli hangar 2 e 2a, più volte teatri di incendi: quel giorno furono trasferiti 155 richiedenti asilo, ma la tragedia si compì solo alla sera, con il ritrovamento del corpo senza vita del 32enne algerino Magoura Hichem Billal. Era deceduto lì accanto, nel fabbricato 116, poi chiuso a sua volta.
L’ultimo sgombero una settimana fa, con il trasferimento di 116 migranti ma altrettanti rimasti esclusi e, così, presto tornati a cercare riparo nel Porto Vecchio, anche a costo di sfondare i pannelli in compensato appena posti a chiusura dell’hangar 4. I sigilli sono stati riparati il mattino dopo, ma i profughi si sono semplicemente spostati pochi metri più avanti, aggirando i cantieri fino ai due magazzini 7 e 10, da loro abitati almeno fino a giovedì mattina.
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