Um amore sbocciato da ragazzi

«Vicina al Vangelo per il rapporto con Aldo, il marito; la tenerezza fra loro mi ha commosso: un esempio di amore» scriveva Pierluigi Di Piazza nel ricordo di Margherita Hack pubblicato dal...
Foto Bruni 15.03.13 Palazzo Gopcevic:Margherita Hack incontra gli studenti
Foto Bruni 15.03.13 Palazzo Gopcevic:Margherita Hack incontra gli studenti

«Vicina al Vangelo per il rapporto con Aldo, il marito; la tenerezza fra loro mi ha commosso: un esempio di amore» scriveva Pierluigi Di Piazza nel ricordo di Margherita Hack pubblicato dal Messaggero Veneto il 30 giugno.

Margherita Hack sposò Aldo De Rosa nel 1944. In una lunga intervista a Repubblica del 2006, aveva raccontato i dettagli della loro storia d’amore. Si erano conosciuti da bambini: lei aveva solo 11 anni, lui 13. E giocavano insieme a guardie e ladri. «Ci siamo ritrovati all’università e a dire il vero ci eravamo piuttosto antipatici. Si leticava sempre, non mi ricordo poi com’è finita che ci siamo innamorati e addirittura sposati. Aldo è un’enciclopedia vivente che consulto in continuazione. Imprevedibile, timido, sognatore, come un extraterrestre, il mio opposto». «Io non avevo nessuna voglia di sposarmi», proseguiva la Hack. «Considero il matrimonio una cosa inutile. In chiesa poi! Mi vergognavo come un cane. Ma i genitori di Aldo erano religiosi, erano credenti, ci tenevano… Il mio abito da sposa? Un cappotto rivoltato. Celeste, credo. E cosa portavo sotto non me lo ricordo neppure. Niente di speciale comunque. Anche Aldo aveva un cappotto rivoltato. Una cerimonia semplicissima, eravamo sette o otto persone in tutto. Nessun pranzo di nozze. Andammo lui e io da soli a mangiare in una trattoria a piazzale Michelangiolo. Mangiammo certi spaghetti al pomodoro così cattivi che ancora me li ricordo. Ci voleva la tessera per mangiare: si staccavano i bollini». E i figli? «Mai, mai. Noi i figlioli non si volevano. C’è chi è portato e chi non è portato: io non sono portata. Da ragazza poi mi dava molta noia tutta quella propaganda di Mussolini secondo cui le donne dovevano fare figlioli per forza, e anche tanti. Oggi c’è molta retorica attorno alla maternità. Io preferisco i gatti».

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