UNA FINANZIARIA PIU’ CORAGGIOSA
Il ministro Tremonti, oltre che essere sfortunato, forse non conosce la legge di Murphy. Quella per cui, quando siamo in una fila ferma e passiamo in quella che si muove, la vecchia fila si muove e quella nuova si ferma; naturalmente, capita lo stesso se torniamo nella vecchia fila. Nel 2001, ebbe la sfortuna di andare al governo mentre stava partendo una breve recessione per lo scoppio della bolla delle società dot.com, esplose su Internet negli anni precedenti, e del settore telecomunicazioni. Alan Greespan, presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, iniettò liquidità in quantità industriali. Questo evitò danni borsistici peggiori, ma preparò la strada per la bolla e poi lo scoppio dei sub-prime. Tremonti fece finta di nulla, fece una Finanziaria ottimistica, e scommise sulla pronta ripresa. La ripresa ci fu, nel 2002, ma fu pronta solo per gli Usa. L’Europa seguì solo dopo, e l’Italia si agganciò al carro solo alla fine del 2005; giusto in tempo per Tremonti per perdere le elezioni.
Nel frattempo, avendo sbagliato i tempi della ripresa, dal 2003 il ministro si trovò con un deficit del bilancio dello Stato oltre il 3% di Maastricht e chiuse nel 2006 al 4,5% di deficit. Cosa che noi italiani sappiamo benissimo, perché dovemmo rientrare sotto il 3% in un anno. Immagino che stavolta si sia detto: basta ottimismi, prudenza; altrimenti si sfora di nuovo, e magari ci tocca riaggiustare tra un po’, proprio con noi al governo. Anzi, già che ci siamo, approfittiamo del basso livello del deficit ereditato dal governo Prodi per far bella figura e portare il bilancio dello Stato in pareggio per il 2012, come richiesto da Maastricht. Richiesta che, in realtà, avrebbe potuto anche essere disattesa. Anche stavolta, immagino, avrà pensato che gli effetti dello scoppio della bolla erano ormai riassorbiti, come qualche economista ottimista stava suggerendo.
Peccato che non la pensino così proprio i governatori delle banche centrali, a cominciare da Bernanke, capo della Fed Usa. Bernanke, infatti, solo pochi giorni fa, ha avvertito che gli effetti negativi della crisi dell’Agosto 2007 sono ben lontani dall’essere riassorbiti. La recessione negli Usa, infatti, si sta aggravando, l’occupazione continua a calare, la domanda a cedere, e le banche a fallire. In Europa, perfino la Germania sta rallentando, preoccupando il cancelliere Angela Merkel. In Italia, stiamo già assistendo a una caduta dei consumi delle famiglie, e della produzione industriale. L’andamento della spesa degli italiani per la stagione turistica conferma la situazione di difficoltà.
La previsione migliore è che molto difficilmente vedremo una ripresa prima della seconda metà del 2009. Che la recessione sia più lunga o più breve dipenderà, crucialmente, dalle politiche di bilancio e monetarie messe in atto, soprattutto in Europa. Da questo lato le cose non sono brillanti. Trichet vuole aumentare ancora i tassi, Tremonti fa una Finanziaria deflazionistica e la Confindustria vorrebbe un taglio dei salari. Allo scoppio della Grande crisi del ’29 imprese ed economisti dissero unanimemente: tagliare i salari. L’unico a opporsi fu Keynes, che fece notare che quel taglio, riducendo i consumi, avrebbe peggiorato, e non migliorato, la situazione. Come infatti fu. Ma sembra che quell’esempio sia stato dimenticato ormai da tutti, imprese ed economisti, che magari citano il ’29, ma senza ricordare che i salari sono costo per gli uni, e incasso per altri. Avendo sbagliato la volta scorsa, signor ministro, non significa che fare il contrario oggi sia giusto. La cosa giusta, oggi, è una politica espansiva.
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