Vecchio e sporco, il declino di Cattinara

TRIESTE L’abbandono ha il volto di un vecchio costretto a farsela addosso. Il degrado è quel letto per malati con sopra i sacchi della spazzatura. Ore 10 e 30, una mattina come tante a Cattinara. Un ospedale progettato negli anni Sessanta ed entrato in funzione nell’84.
Gli standard sanitari sono da preistoria: una doccia a reparto e un bagno ogni due stanze da dividere tra otto persone, uomini e donne insieme. Qui le regole spesso sono improvvisate, a seconda dell’umore o del buon cuore di medici, infermieri e Oss. In Medicina clinica, al quindicesimo piano della Torre medica, il signor M. è solo e chiede aiuto per andare al gabinetto perché non si regge in piedi. L’infermiera ribatte che «non serve perché ha il pannolone». Ma il signor M. vorrebbe almeno una padella. «Niente da fare - interviene un medico - se un paziente ha il pannolone vuol dire che non si può alzare, quindi deve farla lì».
Questa, evidentemente, è la legge. Ma allora perché, insistendo con una Oss, magari più gentile, si riesce a ottenere una di quelle sedie attrezzate? Cosa che, dopo qualche minuto, avverrà all’insaputa del medico e dell’infermiera. Qual è dunque la logica secondo cui un paziente può o non può andare al gabinetto? Si deve pretendere dignità. Ma chi in corsia, tra i malati, ne ha la forza? Non di certo la signora nella stanza accanto, anche lei anziana, che urla perché qualcuno la cambi. Il pannolone, dopo un po’, se lo sfilerà via lasciandolo a terra. Nessuno se ne accorge? «Il personale è poco e fa quello che riesce.
C’è chi ogni tanto perde la pazienza, ma ci sono tanti che lavorano bene, con professionalità e bontà», dice una volontaria. E’ lì per imboccare un paziente, perché se non ci sono i famigliari e se gli infermieri sono troppo impegnati si rischia che non mangi. Al decimo piano, in Prima medica, il soggiorno è stato adibito a deposito di scatoloni e attrezzature. Nessuno protesta. Ecco i servizi igienici, uno ogni due stanze e talvolta in comune tra uomini e donne. Per una doccia si deve fare a gara: una a reparto.
Vale la pena dare un’occhiata a come sono ridotte. In Clinica medica, ad esempio, le hanno scambiate per ripostigli. Anche la vasca per i disabili è piena di roba: «E’ da anni che è rotta e quindi la usiamo come magazzino», racconta piccata un’infermiera. Stessa scena al piano sotto, al sesto. La vasca, l’unica esistente, è zeppa di materiale. C’è anche una borsa con dei vestiti abbandonati, sembra lì da tempo. Per lavarsi è necessario spostare carrozzine e macchinari. Ma le vere sorprese arrivano al quinto piano: non è un reparto per degenti, bensì un’area di transito.
Le leggi sulla sicurezza, da queste parti, sono una barzelletta. Già: perché qualcuno ora dovrebbe spiegare come mai il cartello che segnala le istruzioni e i percorsi da seguire in caso di incendio o di emergenza è accartocciato sopra a un estintore. Chi controlla? E’ buttato là, alla faccia delle normative. E così le prese divelte dalle pareti. O i buchi sui muri, che si sgretolano e cadono a pezzi. O, peggio, i sacchi della spazzatura sopra i letti utilizzati per trasportare gli ammalati. Sì, proprio spazzatura. Siamo ancora al quinto piano, nei pressi della scala mobile e dell’ufficio del personale che si occupa del servizio di accompagnamento dei degenti. Il letto con i sacchi è sistemato in una specie di sala a fianco, pare uno spogliatoio. O forse è soltanto un deposito e quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Perché su quel letto non finiscono anche i pazienti. No, certo. «Credo che dentro ai sacchi ci sia soltanto carta straccia. Comunque li togliamo subito» - assicura un addetto. «Piuttosto venga qui che le spiego io cosa accade in questo piano», riprende. «Perché cosa succede?». «Di notte vengono i barboni», risponde. E infatti, vicino a un cumulo di lenzuola e panni ammonticchiati a ridosso della parete, per terra, c’è un borsone sporco. «Sa, di mattina troviamo escrementi e l’altro giorno il pavimento era pieno di sangue, con chiazze tamponate con la carta. S’immagini la ditta di pulzie che contenta che era. Qui è tutto aperto - continua - e ci sono anche bombole di ossigeno. E’ pericoloso. Una situazione che abbiamo segnalato più volte all’Azienda ospedaliera, ma nessuno interviene».
Ormai è l’una e mezza passata. Uscendo si fa in tempo ad accorgersi che la cassa automatica per pagare le prestazioni sanitarie non funziona. Fuori, in alto, svettano le due torri dell’ospedale con quella sagoma beffarda e sinistra che domina il tetto e che tanto ricorda i contorni di una fabbrica dei tempi che furono.
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