«A Pola, un porto sicuro» Quell’ordine di andare che arrivò l’8 settembre ’43

testimonianza
Non ci sono solo ottoni lucidi, applausi, gran pavesi, vele spiegate e attestazioni di stima e apprezzamento nella lunga vita dell’Amerigo Vespucci. Nella storia di questo vascello sono racchiusi anche periodi terribili come le giornate che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’Italia uscì esausta dalla guerra che per tre anni l’aveva vista a fianco della Germania di Hitler.
Le giornate che seguirono l’armistizio e il tentativo della Vespucci e della Colombo di raggiungere un porto sicuro, sono raccontate in un documento scritto da un allievo del “Corso Argonauti”. Si chiama Giorgio Migone, è originario di Genova, è stato allievo dell’Accademia di Livorno, e da tempo è impegnato nella valorizzazione delle memorie della nostra Marina. Era a bordo della Vespucci in porto a Trieste nel pomeriggio dell’8 settembre quando arrivò l’ordine di salpare subito e di dirigersi a Pola.
«Salpiamo alle 16 scortati da un Mas. Foschia, calma piatta. Al tramonto ci riuniamo sul cassero per l’ammaina bandiera. Poi incrociamo l’Audace con l’equipaggio schierato in coperta. Poco dopo la notizia dell’armistizio e della sconfitta. I marinai esultano di gioia e si baciano. Noi allievi ci sentiamo morire». «Verso mezzanotte – continua il racconto - ecco apparirci Pola. Riduciamo la velocità per superare gli sbarramenti. Fa freddo».
Giovedì 9 settembre. «Ci svegliamo presto, il porto di Pola è quasi vuoto, la corazzata Giulio Cesare e un sommergibile in bacino. C’è un gran silenzio. Sembra che tutti siano a lutto. Per distrarci ci fanno lavorare, ma solo pochi hanno voglia di ubbidire. Alle 10 partiamo improvvisamente. Andiamo verso Lussino. Intanto giungono voci che Trieste è occupata dai tedeschi e che le nostre navi ospedale “Giulio Cesare” e “Duilio” si sono auto affondate nel vallone di Muggia. Fuggiamo da Pola per Lussino. E poi? Gli allievi iniziano a turbarsi. Ci vediamo tagliati fuori dall’Italia e pensiamo ai nostri cari in mano ai nemici. Ecco Lussino apparirci. Ma non ci fermiamo neppure qui. Siamo nel cuore dell’Adriatico. Ci alterniamo di vedetta e teniamo bene gli occhi aperti. Pare si debba andare a Cattaro. Lamentele e mugugni generali. Passiamo la seconda notte senza chiudere occhio. Il comandante dorme per terra, sul cassero».
Venerdì 10 settembre. Sorge il sole e subito dopo dal Colombo viene avvistato un sommergibile. Il comandante lo segue col binocolo, sembra sia tedesco, poi scompare. Anche oggi non ho potuto lavarmi, l’acqua è razionata e cresce nell’equipaggio la sfiducia, lo sconforto, il timore di doverci consegnare a uno dei due nemici. Decidiamo di parlare col comandante Dal Pozzo per costringerlo a non portarci in mano al nemico. Io grido: «Comandante non vogliamo andare dagli inglesi». Continuiamo a navigare in mezzo all’Adriatico. È una fuga spaventosa. Cattaro è occupata, quasi tutte le città italiane sono occupate. Forse andremo a Brindisi, forse a Valona, forse ad Alessandria in campo di concentramento. È sera e ancora una volta avvistiamo un sommergibile dirigere verso di noi. Lanciamo segnali, lui risponde in modo che non riusciamo a decifrare. Gli ufficiali cercano di capire, l’equipaggio agguanta le cinture di salvataggio. Ora i segnali sono chiari: “fermate le macchine, è tutto finito”. Il sommergibile è il nostro Ametista. Poco è accanto alla nostra nave». Il racconto continua fino al 13 settembre, tra posti di manovra e docce in coperta con acqua di mare. «È il sesto giorno di navigazione. Due corvette accostano e si mettono da un lato e dall’altro delle due navi scuola che navigano in linea di fronte. Osservo con gioia che sulle corvette sventola la bandiera italiana. Alle 20 siamo a Brindisi. E gli inglesi dove sono? Nessuno ne parla. Il pilota dice che nessuno li ha visti». —
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