Addio al baritono Mucchiutti col canto sconfisse il lager



Una vita lunga un secolo, equamente divisa tra la passione per la musica e la salda fede antifascista è il riassunto del cammino terreno di Eno Mucchiutti, spentosi nei giorni scorsi a Trieste dopo aver tagliato - a maggio - l’importante traguardo dei cent’anni. I melomani e gli appassionati di lirica over cinquanta lo ricordano come un baritono dalla solida preparazione musicale, sempre in prima linea nel dare il suo affidabile apporto di comprimario al susseguirsi delle stagioni liriche al Teatro Verdi, dove è stato presenza assidua per più di trent’anni e dove ha preso parte anche all’ultima edizione della “Fanciulla del West” di Puccini, andata in scena nel 1976 con l’interpretazione del soprano Radmila Bakocevic.

Ma Eno Mucchiutti, durante la seconda guerra mondiale, è stato anche un deportato politico che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del nazifascismo, esperienza tragica che lo ha segnato indelebilmente e che ha potuto esorcizzare solo molto tempo più tardi attraverso la stesura di un libro autobiografico in cui racconta tutti i crimini di guerra visti e in parte subiti durante la permanenza nei campi di sterminio nazisti.

Nato a Cormons nel 1919, si trasferisce presto con la famiglia a Trieste, dove compie gli studi musicali al locale conservatorio. Allo scoppio della guerra si arruola soldato nei reggimenti di fanteria e, nell’agosto 1944, viene arrestato per renitenza ai bandi nazifascisti e deportato in Austria nel campo di lavoro di Berchtesgaden. Da lì riesce a fuggire ma viene presto nuovamente arrestato e deportato come oppositore politico – marchiato 98748 – nei campi di sterminio di Dachau, Mauthausen, Melk ed Ebensee, dove trascorre gli undici mesi più bui della sua vita e dove, grazie al canto, riesce a salvarsi. «Mi chiamavano ‘italiano piccolo Gigli”» racconta Mucchiutti nelle sue memorie e proprio la sua voce, al termine della guerra, gli ha permesso di intraprendere una carriera di prestigio, al fianco di big star come Pavarotti, Domingo e Callas nei principali teatri italiani e internazionali. Il resto della sua vita lo ha dedicato a raccontare alle nuove generazioni gli orrori vissuti, mettendo a disposizione i suoi ricordi e i pochi oggetti simbolo di quella tragica esperienza, oggi esposti alla Risiera di San Sabba. A tal proposito ricordiamo il libro autobiografico di memorie “Il cantante del Lager” edito da Nuova Dimensione, preziosissima ‘testimonianza di quanto sia importante la salvaguardia dei diritti umani e della libertà di pensiero. —

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