Agli orchi si può offrire amicizia smontandoli con l’arma della gentilezza



Le "successioni" esistenziali di cui parla il romanzo della triestina Marzia Gherbaz, “E vivere. Il tempo delle successioni” (Robin edizioni, pp.251, euro 14) sembrano disporsi secondo l'ordine di una fiaba. Naturalmente, la narrazione in questo caso è resa più complessa a seconda che Valentina, la protagonista, scriva ex novo, o invece rilegga il suo diario, bussola preziosa per conquistare una nuova armonia vitale. Racconta infatti il percorso di un "sé" quale giovane donna devastata dalla violenza paterna e spinta implacabilmente verso la dipendenza dall'alcol e da un'affettività autolesionista. Sarà l'amore, in tutte le declinazioni possibili, amicali e sentimentali, a consentirle di recuperare la stima di se stessa e a proiettarsi verso un futuro di piena realizzazione, come madre, compagna e professionista.

Come nelle fiabe, per accompagnarla prima verso il baratro e poi verso la risalita, sono stati fondamentali i personaggi ausiliari, caratterizzati da tipologie decise, al limite del manicheismo. Dannati i maschi che abusano di lei, o di altre; splendide le persone che viceversa, dopo tanto pianto, l'aiutano a trovare la forza di ridere e vivere: a tutti l'autrice assegna infine un destino adeguato. Valentina, tuttavia, ha avuto un passato di cui è sempre andata orgogliosa: a scuola era patita della matematica, e amava gareggiare insieme ad altri compagni di classe. Usciva con un piccolo gruppo di cui faceva parte anche un ragazzo divenuto poi uno dei suoi confidenti cattivi.

La seconda parte del titolo, rimanda in realtà a un ambito matematico, dove gli stessi elementi in successione possono comparire più volte, e con ruoli diversi, proprio come alcuni personaggi del racconto. E sono questi a fare la differenza. C'è infatti un altro giovane, psichicamente fragile, che Valentina sente vicino nel dolore ma che, a differenza di lei, non ce la fa a sopravvivere. Ed è qui che la sua funzione demiurgica permette all'autrice di lanciare il coup de dés, discriminante tra la vittoria e la sconfitta. Le scelte della protagonista, dunque, sono determinate anche dall'accettazione del confronto, a volte sofferto, con chi la vuole aiutare.

Direi che la "morale" che scaturisce da questo romanzo è importante, soprattutto perché mette a nudo una condizione per nulla eccezionale: maltrattamenti delle donne, alcolismo e violenza domestica sono all'ordine del giorno e nascono da una errata valutazione dei modi in cui arginare la conflittualità che essere al mondo comporta.

Ebbene Marzia Gherbaz, attraverso una Valentina risanata, mostra quale sia la vera dimostrazione di forza con cui la cultura contemporanea può contrastare la brutalità di alcuni comportamenti indotti. Non usando argomenti fallaci, che piegano alla violenza, ma potenziando un'altra istanza manipolatoria, tale da permettere di disinnescare l'aggressività: la gentilezza. È una pratica che non scansa, ma affronta il conflitto, accettando però di condividere anche le ragioni di chi va convinto, per trasformarlo: solo così all'"orco" dai volti sempre diversi, che turbava i suoi sogni, Valentina può offrire anche amicizia, e finalmente vivere. —



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