Le tracce nascoste del legame speciale tra Ungaretti e Trieste
Dediche, libri, cataloghi e disegni scovati dal libraio antiquario Volpato ricostruiscono la geografia culturale del poeta fatta di incontri e ritorni

C’è un Ungaretti che Trieste conosceva appena, o forse aveva soltanto dimenticato. Non il poeta inchiodato per sempre al Carso della Grande guerra, al soldato che scava nella parola come in una trincea, ma un Ungaretti che torna più volte nella città di Saba, di Crise, di Marin, di Spacal, lasciando dietro di sé tracce intermittenti, dediche, libri, cataloghi, fotografie, carte apparentemente minori e invece capaci, a distanza di decenni, di riaprire una storia. È questo il filo che la mostra ‘Trieste, invenzione della mia anima’, curata lo scorso anno da Stefano Crise alla Biblioteca statale Stelio Crise, ha cominciato a rendere visibile: quattro incontri ufficiali, nel 1948, nel 1959, nel 1966 e nel 1968, e attorno ad essi un pulviscolo di relazioni, omaggi, incontri, memorie. Da quella ricostruzione nasce ora un’ulteriore pista, più privata e insieme molto triestina, seguita da Simone Volpato della Libreria antiquaria Drogheria 28. «È stata proprio questa stupenda mostra a crearmi tutta una serie di suggestioni alla ricerca di tracce di questa permanenza ungarettiana - dice Volpato - che è la sintesi migliore della figura del libraio ricercatore».
Il punto di partenza è una geografia culturale fatta di ritorni. Nel 1948 Ungaretti parla al Circolo della Cultura e delle Arti fondato da Giani Stuparich, in una Trieste ancora sospesa e inquieta, città di frontiera non solo politica ma anche letteraria. Nel 1959 torna per il convegno de L’Approdo, dove la letteratura triestina viene guardata non come curiosità periferica, ma come una delle forme più originali del Novecento italiano. È lì che il poeta rievoca Umberto Saba, con commozione e con quella distanza affettuosa che appartiene ai grandi rapporti non pacificati. Tra Saba e Ungaretti correva infatti una stima non lineare, fatta di riconoscimenti, riserve, diversità radicali di tono e di destino. Eppure proprio Trieste sembra metterli l’uno accanto all’altro: da una parte il poeta della città, dall’altra il poeta della guerra e del deserto, entrambi chiamati a misurarsi con il dolore e con la nudità della parola.
Nelle mani di Saba, complice Giorgio Fano, arrivò una copia del rarissimo Il porto sepolto del 1916. E nella plaquette dattiloscritta dei Versi militari, nel 1921, lo stesso Saba annotava la sua ammirazione per quel “volumetto raro”, più prezioso proprio perché introvabile, definendo Ungaretti «poeta secco nei modi ed incisivo nel verbo». Molti anni dopo, il 2 ottobre 1959, sarà Anita Pittoni a donare al poeta il volumetto sabiano Quel che resta da fare ai poeti, accompagnandolo con una dedica che lega insieme Saba, Ungaretti e Trieste: «per Giuseppe Ungaretti nella commozione della Sua evocazione di Saba».
Piccoli oggetti, si dirà. Ma la storia letteraria, quando scende dagli altari, abita spesso proprio lì: in una dedica, in un esemplare passato di mano, in una copia rifiutata o salvata.

Il 1968 è invece l’anno del riconoscimento solenne. Ungaretti arriva a Trieste il 14 febbraio con la Freccia della Laguna. Il giorno dopo l’Università gli conferisce la laurea honoris causa, con il rettore Agostino Origone e il preside Marcello Gigante a dare alla cerimonia il tono di una consacrazione pubblica. Poi Ungaretti va al Museo Revoltella a vedere la mostra di Lojze Spacal e lascia un ricordo scritto di rara intensità: alcune opere, annota, sono tra le più belle dell’arte d’oggi, italiana e non solo. Spacal ricambia con un catalogo pubblicato da Scheiwiller e curato da Giulio Montenero, dedicato “al caro poeta Ungaretti”. In quelle pagine il Carso domina: case, macerie, muri, portoni, il Timavo sotterraneo. È come se la geografia ungarettiana della guerra trovasse una controfigura nelle incisioni dell’artista triestino.

La scoperta più emozionante riguarda però un’altra tappa di quei giorni: la visita all’Istituto Nordio. Si sapeva che Ungaretti vi era andato per incontrare gli studenti e il preside Romano Barocchi. Si cercavano, e ancora si cercano, le lettere del poeta ai ragazzi. Ma Volpato ha ritrovato qualcosa di diverso e forse ancora più sorprendente: una cartella donata a Ungaretti dall’Istituto statale d’arte. È una scatola in tela, 37 per 27 centimetri, con l’etichetta “Al poeta Giuseppe Ungaretti” e, a matita, una definizione quasi azzardata e bellissima: “Ungaretti poeta triestino”. Dentro, ventitré tavole di disegni e xilografie realizzate dagli allievi Sergio Pizzati, Luciano Visintin, Paolo Giorgetti, Tullia Cubani, Graziella Bressan, Flavio Girolomini, Roberto Ronchi, Giuseppe Micheletto, Orietta Chiaramonte, Luisa Porro, Margherita Tauceri, Ada Damiani.
Ogni tavola dialoga con un verso: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, “Mi tengo a quest’albero mutilato”, “Questi sono i miei fiumi”. Quella cartella è la prova di un incontro fra un grande poeta ormai consacrato e una scuola triestina capace di tradurre la sua poesia in segno, legno inciso, immagine, esercizio artigianale e intellettuale insieme. La cartella - anticipa Volpato - sarà donata proprio all’Istituto Nordio. Tornerà dunque là dove era nata, dopo avere attraversato la biblioteca del poeta e il tempo lungo delle dispersioni. Come un fiume, verrebbe da dire con Ungaretti, che non cancella il proprio corso ma lo ritrova, improvvisamente, sotto la superficie della città.
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