Al Verdi di Trieste l’America di Springsteen, il lato oscuro del sogno che ha perso la speranza
Domenica al teatro Verdi si conclude il ciclo ideato dagli Editori Laterza su “La forza delle idee”. Lo storico Alessandro Portelli racconta l’umanità e il Paese nelle canzoni del Boss

TRIESTE Per interpretare la storia di un paese è più utile ascoltare una canzone che leggere un saggio di centinaia di pagine. Così almeno la pensavano quegli accademici di Svezia che qualche anno fa hanno attribuito, non senza sollevare delle polemiche, il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, sdoganando ufficialmente l’ingresso della musica pop nell’olimpo della cultura alta. Bruce Springsteen, di poco più giovane del menestrello di Duluth, lo ha certificato: «Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti di quanto abbiamo mai imparato a scuola».
Springsteen, per tutti The Boss, ha dato voce e musica a una grande fetta del popolo Usa, quelli che vivono il lato oscuro del sogno americano, figure marginali, addetti alle pompe di benzina, operai, cassiere di supermarket. Alessandro Portelli, storico della letteratura e critico musicale, già ordinario di letteratura angloamericana all'Università di Roma "La Sapienza" è lo studioso italiano che meglio conosce la poetica di Springsteen, cui nel 2015 ha dedicato il libro ‘Badlands. ‘Springsteen e l'America: il lavoro e i sogni’.
Portelli concluderà, domenica 24 febbraio alle 11 al teatro Verdi, il ciclo di storia ideato dagli Editori Laterza e promosso dal Comune di Trieste, organizzato con il contributo della Fondazione CRTrieste e il sostegno di Trieste Trasporti, con la media partnership de “Il Piccolo”.
Il tema di quest’anno, “La forza delle idee’, ha voluto mettere al centro delle lezioni degli storici un’idea-chiave. Per la sua lezione su Springsteen, introdotta dalla giornalista Elisa Russo, Portelli ha scelto la parola “speranza”.
«Il motivo per cui ho deciso di prendere questa parola - spiega il professor Portelli - è che “speranza” è un termine che torna spesso nelle canzoni di Bruce Springsteen, penso a Promise Land, Terra promessa, che rivela la sua estrazione cattolica, anche se il rapporto, tra il rocker e la fede è stato sempre conflittuale, spigoloso, aperto, ma un influsso importante c’è stato. In secondo luogo la speranza si lega al sogno americano, quel sogno che Springsteen critica in quanto menzogna, ma cui non vuole rinunciare del tutto».
Secondo lei la storia di un Paese si può leggere anche attraverso la musica?
«Certo, guardiamo a come il rock racconta la storia americana meglio di tanti saggi. Questo accade perché in una cultura come quella americana, dove le barriere tra generi alti e bassi sono più permeabili, la pop culture viene presa molto sul serio, in particolare, dagli anni Sessanta in poi, con Bob Dylan. Ma io comincerò la mia narrazione da prima, dagli anni Trenta, da Woody Guthrie, e prenderò in esame alcune delle voci critiche e creative della cultura Usa e non solo, come Leonard Cohen, che è canadese ma fa parte di quel mondo là».
Le origini della poesia sono legate alla musica.
«Springsteen non è Dylan e neanche Cohen, questo è chiaro, diciamo che si colloca nella storia di quella pop culture, riportando il rock alle sue origini, al mondo popolare. Per tornare alla parola chiave della lezione, la speranza di cui parla il rocker è quella delle cassiere, degli addetti agli autolavaggi. I paesaggi in cui vivono i suoi personaggi sono quelli della strada, lo vediamo bene in alcune ballate di The river, un album del 1980».
Springsteen canta l’interruzione di quel sogno.
«Quel sogno era fondato su quella che i sociologi chiamano la mobilità sociale: la certezza che i figli avranno una vita migliore di quella che avevano avuto i loro genitori. Ma le condizioni economiche degli Usa, dagli anni Settanta in avanti, quelli in cui Springsteen, che è nato nel 1949, comincia a scrivere canzoni, fanno sì che il sogno vada in pezzi, ormai non si fa più carriera, anzi si rischia di perdere il posto. Pensiamo a una canzone come Born in Usa, che è del 1984 e che parla dei diritti negati. Poi, quando diventa una star tutta l’empatia di Springsteen per quella gente diventa solidarietà».
Anche in Italia abbiamo avuto chi ci ha raccontato attraverso la musica.
«Ci sono stati Francesco De Gregori e Ivan Della Mea, cui aggiungerei il veneziano Gualtiero Bertelli, che proprio in questi giorni ha compiuto 80 anni. Le differenze col mondo americano è che non c’è stato nessun sogno italiano, non abbiamo avuto una promessa, il posto al sole te lo sei sempre dovuto conquistare. E poi il rock da noi è un prodotto di importazione e, terza differenza, nessun cantautore ha un legame così stretto tra quello che racconta e il suo luogo di origine. Springsteen invece è il New Jersey».
Cos’è il rock per lei?
«È una cultura in grado di parlare di qualunque cosa a tutti. La storia degli Usa è fatta della cultura delle classi giovanili e delle loro espressioni generazionali. Quando Springsteen dice: “Elvis ci ha liberato il corpo, Bob Dylan ci ha liberato la mente” si mette in continuità con questa genealogia. C’è un’altra storia, è il messaggio di Springsteen, che è quella dell’identità sociale che si forma nei tre minuti che dura un disco».
Nella sua lezione si ascolteranno anche dei brani?
«Sì, comincerò da The Promise Land e finirò con We Are Alive».
Quale è la canzone di Springsteen che preferisce?
«Sicuramente Badlands, un singolo uscito nel 1978 e tratto dall'album Darkness on the Edge of Town».
Riproduzione riservata © Il Piccolo








