Immagine e materia, dodici opere inedite di Miela Reina

Alla Galleria Tor Bandena in mostra dal 26 giugno tele e disegni dell’artista triestina. L’unica, secondo Gillo Dorfles, ad aver creato nell’area giuliana tra i ‘60 e i 70 «un’opera degna di essere ricordata» 

Mary B. Tolusso
Miela Reina, Nudo con manto blu (1956) dettaglio
Miela Reina, Nudo con manto blu (1956) dettaglio

«Lo scorso febbraio, all’ultima edizione di Arte Fiera a Bologna – dice Alessandro Rosada, titolare della Galleria Torbandena – moltissimi visitatori sono rimasti incantati da una grande tela di 200 x 300 cm di Miela Reina, esposta all’ingresso del nostro stand. Effettivamente è un’opera che desta incredulità per la sua data, il 1964, per la sua originalità ma soprattutto per la sua capacità profetica: sembra infatti l’impresa di uno street artist degli anni Ottanta. A molti ha ricordato il segno graffiante e visionario di Basquiat. Ma con vent’anni di anticipo». Molto è stato detto di Miela Reina. Ma anche molto altro è rimasto in sospeso, complice la sua morte prematura. E complice anche, come scrisse Gillo Dorfles, la sua ritrosia a prendere contatti con i canali mercantili dell’epoca.

Perciò poco è stato esposto fuori dalla città natale, quando era ancora in vita, anche se trovò subito un’eco immediata da parte di chi era davvero sensibile ai problemi dell’arte moderna. Infatti, sempre per voce del critico, «fu la sola artista dell’area giuliana ad aver creato, nella breve stagione che va dagli anni Sessanta ai Settanta, un’opera degna di essere ricordata».

Ragazzetto e calorifero rosso 1956
Ragazzetto e calorifero rosso 1956

Tuttavia c’è una fase della sua vita artistica meno indagata, quella verso la fine degli anni Cinquanta, per la precisione il 1956 e il 1957. Risalgono a questo periodo le straordinarie dodici opere inedite che compilano la mostra “Miela Reina” alla Galleria Torbandena, visitabile dal 26 giugno al 14 agosto (da mercoledì a venerdì 16-19, sabato 11-13 e 16-19). Sicuramente è un periodo che sorprende per la potenza dell’immagine e l’uso del colore che a quell’età Miela (poco più che ventenne) era già capace di imprimere. «Sono quasi tutti ritratti, autoritratti, e un soggetto che ricorrerà spesso nelle sue opere: la Maternità – osserva sempre Rosada, curatore anche del catalogo –. Visti uno accanto all’altro danno una sensazione di maestosità, quasi volessero fuoriuscire dal quadro, un che di monumentale nella costruzione della figura che Miela aveva captato con grande intelligenza dall’insegnamento di alcuni grandi maestri del XX secolo».

Probabilmente la sua poetica pittorica era già sensibile all’importanza della “superficie”, come dimostreranno le opere dei diversi generi a cui si dedicherà, prima fra tutte la scenografia. Ma certo la sua sensibilità c’era già tutta in queste prime tele e disegni giovanili, come la scomposizione dei soggetti, spesso spezzati in masse cromatiche, insomma un’attività che risente delle esperienze picassiane, in sinergia però con le suggestioni visionarie di Chagall.

Matteo e la tigre (1957) dettaglio
Matteo e la tigre (1957) dettaglio

In tutte le sue fasi – pittorica, fumettistica o scenografica – c’è sempre qualcosa di eccessivo, qualcosa fuori riga. Ma in fondo cosa avrebbe prodotto Miela Reina se non fosse stata sbaragliata, talvolta prostata, da quel suo modo di sentire “eccessivo”, anche la realtà più ordinaria, che vedeva intorno a sé? Ma sempre consapevole dell’intraducibilità di quel sentire, consapevole che le spiegazioni, i fini, l’oggettività del tutto, non portano altro che a un fallimento. Ci vuole però una spinta assoluta, anche per dire l’inesistenza di un assoluto.

Se Reina all’inizio l’ha fatto con i colori e i segni incisivi, graffianti, successivamente la sua opera sviluppa un singolare dinamismo, ricalcola cioè l’immagine anche in base a una visionarietà che prende forza dalla parola e dall’interdisciplinarietà. La sua produzione esploderà negli anni Sessanta, quando appunto cadono le barriere tra i generi. Grazie alle sue molteplici operazioni culturali – dalla galleria La Cavana all’Associazione Arte Viva – Trieste si apre alle novità avanguardistiche nazionali e internazionali.

Le dodici opere inedite appartengono al periodo più figurativo. I suoi soggetti sono ritratti e autoritratti dove si evidenziano influenze che vanno dal realismo espressionista di Renato Guttuso a una pittura materica e intensa, caratterizzata da colori accesi e da una forte presenza della figura umana. Ma appunto già alla fine degli anni Cinquanta – il periodo delle opere in esposizione – si intravedono alcuni elementi che diventeranno centrali nella sua poetica come l’interesse per la narrazione visiva, il gusto per il simbolo, la metamorfosi oltre la tendenza a superare i confini tradizionali della pittura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo