Aldo Bressanutti a 98 anni Un’intera vita spesa a “dipingere in dialetto”

Al Museo Carà apre oggi l’allestimento dedicato al pittore Oli, grafiche, illustrazioni, dagli interni alla fantascienza
Franca Marri

il percorso



Il legame di Aldo Bressanutti con la città di Muggia è di lunga data, tra le tante occupazioni e i tanti mestieri svolti durante la sua vita ci sono infatti quello di dipendente del Comune di Muggia in qualità di operaio generico dal 1956 al 1966 e, successivamente, quello di bidello alla Scuola elementare di San Rocco dove gli venne dato anche uno spazio in cui poter dipingere alla fine del suo orario di lavoro. Diverse volte vi ha quindi esposto le sue opere, come ha fatto a Trieste, in tanti luoghi della regione, d’Italia e del mondo.

Questa mattina, alle 10, alla bella età di novantotto anni, Aldo Bressanutti ritornerà a Muggia per inaugurare una mostra personale allestita al Museo d’Arte Moderna Ugo Carà, curata da Massimo Premuda: “Bressanutti. Dipingere in dialetto”.

Il titolo dell’esposizione vuole essere una «suggestiva metafora - come rivela il curatore - che riassume alla perfezione tutto il percorso artistico di Aldo Bressanutti. Del resto, la definizione è dello stesso Bressanutti, condivisa un giorno mentre mangiavamo pesce a Muggia: ‘”o dipingo sempre in dialetto”».

Vengono esposti una sessantina di oli, anche di grandi dimensioni, opere grafiche e volumi illustrati, a rappresentare i tre principali filoni della sua produzione artistica. Dopo “Cineserie”, il primissimo dipinto realizzato dall’artista nel 1944, ci sono gli “esterni” con vedute della città di Trieste e di Muggia, dove si possono ammirare scorci di Cittavecchia o del Ghetto realistici e fantastici al tempo stesso, pieni di colori e di particolari, un panorama da via Capitolina, il Duomo, il Castello e il Municipio di Muggia, quest’ultimo ripreso alle 8 e cinque del mattino, quando lo stesso Bressanutti vi si recava a lavorare. Il dipinto è datato infatti al 1959 anche se l’autore l’ha voluto ritoccare proprio in vista dell’esposizione al museo Carà e dunque, accanto alla firma, compare anche l’anno 2020.

La seconda serie di dipinti riguarda invece “interni e strafanici”, con stanze decorate in stile liberty, stracolme di oggetti, in cui è facile perdersi inseguendo i tubi di una stufa, panni, vestiti, giocattoli, cibarie, una miriade di cose che hanno portato Claudio H. Martelli a definire il pittore un “miniaturista iperrealista”.

Compaiono però anche delle stanze più vuote, dal sapore vagamente metafisico, dove una sedia, una cravatta parlano direttamente allo spettatore di una vita che non c’è più, che se n’è andata per un attimo o per sempre, non è dato sapere.

La mostra ricostruisce quindi il periodo del “surrealismo e fantascienza” attraverso diverse opere e prestiti dell’Archivio Sergio Molesi, de La Cappella Underground e del giornalista ed esperto di fantascienza Fabio Pagan. Nei primi anni ’70 Bressanutti aveva infatti partecipato a mostre internazionali di “Arte e Fantascienza” con importanti riconoscimenti da pubblico e critica. Oltre ai dipinti vengono proposti l’immagine per il manifesto da lui firmato per il “1° Congresso Europeo di SF” tenutosi alla Stazione Marittima di Trieste nel 1972 e i libri della collana Galassia con le sue copertine, tra cui “Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick, prima edizione italiana di “Do Androids Dream of Electric Sheep?” da cui è stato tratto il celebre film “Blade Runner” di Ridley Scott.

Completano la rassegna i volumi dedicati al Friuli Venezia Giulia, all’Istria, a Trieste e a Muggia, illustrati con le sue attente e insieme poetiche incisioni, realizzate nella tecnica dell’acquaforte.

La mostra, visitabile fino al 29 agosto, è corredata da un elegante catalogo che ripercorre la vita e la ricerca artistica del pittore dalla metà degli anni Quaranta ad oggi, con un’introduzione critica di Massimo Premuda, un testo storico di Sergio Molesi, i pensieri di Willer Bordon e un racconto inedito dello stesso Bressanutti. —

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