Ale & Franz al Bobbio «Ve le cantiamo come ci piacciono Nel nostro piccolo»

l’intervistaSi intitola “Nel nostro piccolo” ed è il nuovo spettacolo di Ale e Franz. Stasera a Trieste, al Teatro Bobbio e domani sera a Udine, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, si prevede un...

l’intervista



Si intitola “Nel nostro piccolo” ed è il nuovo spettacolo di Ale e Franz. Stasera a Trieste, al Teatro Bobbio e domani sera a Udine, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, si prevede un doppio tutto esaurito per il ritorno in regione della coppia di comici e attori milanesi.

«Torniamo con grande piacere nel Friuli Venezia Giulia, afferma Franz. Il pubblico ci ha sempre accolto con grande calore fin dai nostri primi spettacoli. Trieste è una città che ci ha sempre affascinato, e tanti la amano. Stavolta torniamo con uno spettacolo al secondo anno di tournée, ormai rodato, e sono sicuro che piacerà».

Al secolo Francesco Villa e Alessandro Besentini, Ale e Franz girano l’italia con uno spettacolo tutto loro.

Come è nato?

«Siamo partiti da Gaber e Jannacci - spiega Franz per tutti e due -, ma non con l’intento di creare un omaggio. A modo nostro, partendo dalle loro canzoni e dalle loro tematiche, raccontiamo le cose, gli argomenti e i temi di cui loro cantavano. Abbiamo costruito prologhi o epiloghi a ciò che hanno scritto loro. Direi che siamo partiti dal punto in cui loro si sono fermati. È un lavoro nostro, sono tutti testi originali».

Ciò che accomuna Ale e Franz a Gaber e Jannacci potrebbe essere Milano?

«Io sono milanese doc e mi piace pensare che abbiamo lo stesso modo di fare comicità perché abbiamo respirato la stessa aria».

Nel 2014 siete andati in tour con Enrico Ruggeri per “C’era un tedesco, un fancese e un italiano”. Ale suonava la chitarra e lei la tastiera. Siete anche musicisti?

«Dobbiamo ringraziare Enrico se ora cantiamo. In questo nuovo spettacolo cantiamo noi ed è stato lui che ci ha fatto fare questo passo, non lo avremmo mai fatto da soli. Ci ha fatto giocare con la musica facendocene innamorare. Abbiamo con noi Luigi Schiavone, Fabrizio Palermo, Francesco Luppi e Marco Orsi e sono gli stessi che collaboravano in quel tour con Ruggeri».

Eravate a vostro agio in un contesto musicale?

«Mi sono reso conto di quanto sia difficile cantare e suonare. Aprivamo noi la serata, era una grande responsabilità. Ammetto che recitare come facciamo noi di solito a me viene molto più naturale».

Cosa ha di diverso la comicità milanese da quella di altre aree del nostro Paese?

«È difficile da dire. Visti dal di fuori penso sia più semplice trovare una definizione, ma per noi conta ciò che fa ridere. Milano ha portato il cabaret trovando un posto in cui far ridere fuori dai teatri. Tutto è partito dai locali in cui arrivava un tipo, spesso con una chitarra, e raccontava delle cose tra canzoni e barzellette. La nostra è una comicità semplice. Noi siamo partiti da lì. Facevamo esperienza per dieci o quindici mila lire e una pizza».

Avete in programma di ritornare anche in televisione?

«Ora abbiamo una collaborazione con Che tempo che fa ma da febbraio partirà su Rai2 il nostro format di improvvisazione. Nuovo titolo, che non posso rivelare, ma stesso programma con un bellissimo cast. Ci siamo divertiti moltissimo a prepararlo».

Oltre ad aver interpretato alcuni film li avete anche doppiati. Per esempio in Madagascar Ale ha dato voce al leone Alex e lei invece prestava la sua a Marty, la zebra. Vi siete divertiti?

«Io sono un supereroe, ogni tanto mi metto il vestito da zebra e volo. Scherzi a parte, al cinema, quando la zebra ha iniziato a parlare e ho sentito la mia voce mi sono emozionato. Ma il doppiaggio di un cartone animato è stato un lavoro molto impegnativo».

Come nascono i vostri spettacoli?

«Sempre dalla stessa domanda: che cosa vogliamo dire? Il teatro è un luogo incantevole ma per far ridere a noi piace che le risate partano dalla pancia per arrivare alla testa, passando per il cuore. Solo così ha un senso. La stessa cosa vale per gli applausi. Il primo io lo vedo come riferito al passato, a quello che abbiamo già dato, ma dobbiamo riuscire a guadagnarci l’applauso finale, perché è quello che ci riporta al nostro presente». —



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