Almodovar si mette a nudo e con Lelouch è passione a 90 anni

È un Almodovar malinconico e crepuscolare, quello che si vede sfilare sulla Croisette al fianco dei sodali Antonio Banderas e Penelope Cruz, che tante volte lo hanno accompagnato nelle tappe importanti della sua carriera. Un artista maturo, tormentato dai ricordi e dalla sofferenza fisica, mentre la stagione della trasgressione e degli eccessi appartiene ormai al passato. «Ho messo tutta la mia vita in questo film», ha commentato Almodovar commosso alla fine della proiezione di “Dolor y gloria”, in concorso a Cannes e accolto tra gli applausi, del resto il transfert tra il regista e il protagonista del suo nuovo film è palese. Come Almodovar, anche Salvador Mallo (Banderas) è un artista in crisi, che cerca rifugio dalla sofferenza fisica e dalla nostalgia nella solitudine della sua abitazione, piuttosto che fare i conti con un presente non più eccitante. La “movida” degli anni ’80 è finita, la vita notturna della Madrid underground si è spenta trascinando con sé tutte le sue sottoculture e di quell’epoca travolgente non restano che i film, qualche amica, qualche amico sopravvissuto alla droga. Da tempo il cinema di Almodovar è teso a riallacciare i fili della sua memoria (“Tutto su mia madre”, “La mala educación”). In “Dolor y gloria” però il regista si mette completamente a nudo in quella che può essere considerata la sua opera più personale e autobiografica, una sorta di testamento cui affida il senso profondo del suo spleen esistenziale.
L’infanzia, la madre, il trasferimento a Paterna, nella provincia di Valencia, gli studi al Seminario perché per le famiglie povere era il solo modo di accedere all’istruzione. L’omosessualità, non più aggressivamente rivendicata, ma affrontata con la tenerezza e il garbo che appartengono alla stagione matura della vita. Il desiderio, che affiora per la prima volta da bambino, di fronte al corpo nudo di un giovane operaio cui dava lezioni di scrittura, ma anche l’amore perduto, quello per un uomo rincorso dai fantasmi della dipendenza e poi ritrovato, troppo tardi per ricominciare. E, naturalmente il cinema, come cura, antidoto, linfa vitale imprescindibile. Anche stilisticamente il regista mancego sembra farsi più essenziale, rinunciando a certi barocchismi del passato, ma non al sentimentalismo né a una buona dose di autoreferenzialità. Il consenso a Cannes, comunque, è tanto largo che si parla già di Palma.
Maturità e amori perduti dominano anche tra i titoli fuori concorso, con il ritorno di Claude Lelouch a Cannes. Cinquantatré anni dopo il trionfo di “Un uomo, una donna” al Festival (Grand Prix al miglior film nel 1966), e dopo il sequel del 1985, Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant sono ancora insieme in “Les plus belles années d’une vie”, per un nuovo capitolo di una delle storie d’amore più celebrate della storia del cinema. Nel cast anche Monica Bellucci, nel ruolo della figlia di Trintignant: «Trovo che abbia un bellissimo messaggio - dice l’attrice, 54 anni -. Quando Anouk e Jean Louis si guardano non c'è solo l'emozione ma la passione e la voglia di piacersi. C'è un grande tabù sociale su questo. Si invecchia e per la società non esisti più dal punto di vista dell'amore. Invece i sentimenti ci sono sempre. Trovo che sia molto ipocrita ignorarlo». Lelouch parla di un «incontro che sa di miracolo». Trintignant ha 88 anni, Anouk 87, lui 81. «È la prima volta che accade nella storia del cinema. Noi tre siamo dei 'sopravvissuti’». A chi lo definisce un film 'crepuscolare’, sulla morte, Lelouch risponde che, al contrario, «il rivedersi dei due protagonisti è qualcosa di solare, una forza del presente. Nel film si cita Victor Hugo, “I più begli anni della nostra vita sono quelli non ancora vissuti”, e io lo penso davvero, la nostalgia non è interessante se non serve al presente». —
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