Amani El Nasif parla ai giovani di Pordenonelegge: «I silenzi che soffocano la verità e le parole per riuscire a spezzarli»

Venduta al miglior offerente e scampata all’ultimo ad un matrimonio combinato la scrittrice siriana svela ai ragazzi come non farsi bloccare dalla paura: «Perché prima o poi, quando ne avrete bisogno, troverete dentro di voi un’energia incredibile»

Gian Paolo Polesini
La scrittrice Amani El Nasif è nata in Siria ma vive da anni a Bassano del Grappa
La scrittrice Amani El Nasif è nata in Siria ma vive da anni a Bassano del Grappa

Un matrimonio combinato aspettava in Siria la sedicenne Amani El Nasif, siriana di nascita ma cresciuta a Bassano del Grappa dall’età di tre anni. Quando arrivò il momento di preparare le nozze, scattò la trappola. «Ricordo con disgusto quei 399 giorni infernali - rievoca Amani - ma riuscii a scappare con un’azione da 007». Pordenonelegge la accoglie ormai affermata scrittrice - “Siria mon amour” e “Sulla nostra pelle” sono i titoli precedenti - con un libro uscito da pochi giorni e dedicato alle nuovissime generazioni di studenti: “Sei più forte di quanto credi”, pubblicato da Piemme. «Penso che i ragazzini di questo decennio abbiano paura: la vita corre troppo in fretta per loro. Andrebbero semplicemente ascoltati e coinvolti».

Che cosa accadde vent’anni fa?

«Frequentavo il primo anno delle superiori quando mi portarono in Siria con la scusa di dover sistemare un problema burocratico, assicurandomi che sarebbero bastati cinque giorni. Invece, il viaggio si rivelò un incubo infinito. Mi segregarono in casa. Cercai di ribellarmi perché sapevo cosa significasse essere un’adolescente libera».

È durante quei 399 giorni che si formò la scrittrice Amani?

«Quando rientrai in Italia decisi di raccontare il mio vissuto, pensando che potesse aiutare altre ragazze come me a spezzare i silenzi che spesso soffocano la verità. Da bambina riempivo le pagine di un diario e l’abitudine a organizzare i pensieri mi aiutò a intraprendere un percorso incredibile. Così uscì in libreria “Siria mon amour”. Dopo avere incontrato i ragazzi nelle scuole, scrissi “Sulla nostra pelle”, dedicato a donne che non ci sono più e che hanno avuto un destino simile al mio».

Qual è il suo rapporto con l’Islam?

«Sono nata e cresciuta in una famiglia musulmana, ma non condivido tutte le loro idee. Preferisco evitare di addentrarmi troppo nell’argomento, lei capisce».

L’immigrazione è un tema forte, che riempie senza tregua le nostre giornate, portandosi dietro moti irregolari di amore e di odio.

«È un altro argomento piuttosto delicato per me. Non tutti quelli che sbarcano sulle nostre coste sono delinquenti, così come non tutti sono santi. Dico, però, che aiutare il prossimo in difficoltà è comunque un dovere, perché chi parte non sempre sceglie di farlo».

La forza che non sappiamo di possedere: è questo il messaggio racchiuso nel titolo?

«Lo spiego ai bambini: prima o poi, quando ne avrete bisogno, troverete dentro di voi un’energia incredibile, della quale ignoravate l’esistenza. E sarà una scoperta fantastica».

Riavvolgiamo la storia fino a quella celebre “fuga per la vittoria”, verrebbe da dire, prendendo in prestito il titolo del film. Anche perché sua figlia si chiama proprio Vittoria.

«Mio padre aveva lasciato mia madre e me in Italia quando frequentavo le scuole medie. Come dicevo, per ricavare più denaro possibile fui messa in vendita al miglior offerente. Papà, dopo averci abbandonate, fiutò l’affare, che aveva ovviamente pianificato, e ricomparve nella nostra precaria esistenza. Mamma si rifiutò di lasciarmi sola ad Aleppo. Se non ci fosse stato un cugino, professore universitario, che dopo oltre un anno di patimenti ci accompagnò in automobile all’aeroporto, chissà quale fine avremmo fatto. I problemi con il mio passaporto furono risolti in due giorni, mentre mia madre e io restavamo nascoste in un albergo. Finalmente riuscimmo a imbarcarci sul primo volo per Milano. Il ritorno richiese un complesso percorso di riadattamento e di riappropriazione della libertà, ostacolato inizialmente da problemi psicofisici legati ai medicinali che in Siria ero stata costretta ad assumere perché rimanessi calma. Ho dovuto reimparare a indossare anche un paio di jeans».

E non è più tornata ad Aleppo?

«No, anche a causa della guerra esplosa nel 2011 sull’onda della Primavera araba, quando le proteste pacifiche contro il sistema politico del presidente Bashar al-Assad furono represse con la forza dall’esercito, trasformando la rivolta in un conflitto armato interno e internazionale, durato fino alla caduta del regime nel dicembre del 2024. Nonostante tutto il mio affetto per la Siria non si è affatto esaurito. E un giorno ci tornerò».

Apriamo insieme Sei più forte di quanto credi?

«Volentieri. Racconta semplicemente Amani prima della partenza. Svela la mia adolescenza e la mette a confronto con quella che ho incontrato in tredici anni di frequentazione nelle scuole, ma anche con quella osservata attraverso gli occhi di mia figlia Vittoria, che oggi è al primo anno delle superiori».

È fiera di essere cittadina italiana?

«Non è soltanto un documento da mettere in tasca per poter viaggiare nel mondo. Per me quella semplice carta rappresenta un segno di libertà incredibile: bisogna averne fatto esperienza per comprenderne davvero il valore».

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