“Andata e ritorno” dai due mondi negli scatti di Paolo Gasparini

la mostra
«Le immagini non si costruiscono o trovano, ma si cercano. È sicuramente importante la luce, la scala dei grigi, ma sono l’idea e il racconto ciò che conta per me, è l’idea che va nelle immagini». Un racconto, quello di Paolo Gasparini (Gorizia 1934), che ha sempre fatto parte del suo vivere la fotografia, fin dagli esordi negli anni’50, prima in Italia, poi a Caracas, in Venezuela, dove si trasferisce nel 1955. In quegli anni conosce Paul Strand, con il quale instaura una amicizia duratura e ne rimane profondamente influenzato. È considerato oggi tra i più importanti fotografi delle Americhe. In Venezuela inizia come fotografo di architettura, ma Paolo Gasparini è sempre stato più coinvolto dalle persone che vivono gli spazi architettonici fotografati, e nel tempo diventa un fotografo di “cultura urbana”.
Dopo l’esperienza a Cuba nei primi anni’60, Gasparini ha dedicato energie e intelligenza visiva alle più vaste metropoli del mondo, Città del Messico, San Paulo, Los Angeles sempre alla ricerca dell’uomo e della sua presenza. Dalla fine degli anni’70, collabora con il Paul Getty Museum di Malibù e l’Università di Città del Messico. Il Venezuela, dove gli è stato attribuito il premio nazionale della fotografia nel 1993, gli ha dedicato il padiglione della Biennale di Venezia del 1995 e nel 2000, il Craf, Centro di ricerca e archiviazione della fotografia, gli ha assegnato l’International Award of Photography.
“Andata e ritorno”, l’esposizione che si inaugura oggi, alle 18, alla Biblioteca Statale Isontina (visitabile fino all’8 gennaio) è uno spaccato, una breve ma significativa sintesi di ciò che Paolo Gasparini ha sempre inteso per fotografia, un mettere a confronto e raccontare i due mondi, il vecchio e il nuovo continente, le città frequentate, dove vive e ha vissuto, Caracas, l’Avana, Città del Messico, Gorizia e Trieste, ma anche New York, Londra, in una sapiente combinazione e intreccio di fotografia e storia, una ricostruzione delle tracce del proprio mondo in rapporto al tempo. La memoria si manifesta attraverso gli scatti dello studio fotografico Mazzucco di Gorizia, accanto alle immagini di un evidente realismo, dell’inizio degli anni’50, del Polesine, “molti anni duri” ma di un’intensità poetica che ricorda Pasolini, come citato dal fotografo stesso. Nessun ordine cronologico, Gasparini si avvale piuttosto di assonanze visive e di impatto emotivo nell’impostazione delle sue esposizioni e dei fotolibri.
«Nelle mie foto metto a confronto la verità e la menzogna» sottolinea Gasparini, nei dittici proposti i volti e le situazioni di coloro che vivono ai margini in America Latina, e non solo, si scontrano con i manifesti, la pubblicità “banale in modo affascinante” che campeggia nelle grandi città, il lusso, proponendo un mondo e modelli completamente diversi, in un continuo gioco di giustapposizioni e rimandi. Si compongono così frammenti di un universo che diventano parte integrante del suo sentire personale, di inquietudini profonde, a volte laceranti, “in questi paesaggi compositi si vede la natura nuda del dolore, il dato culturale, l’impronta che parla della barbarie e del male che corrode le persone”, con le parole di Alejandro Sebastiani Verlezza, che sono la spinta del continuo “andare e ritornare” di Paolo Gasparini nei luoghi dell’anima, della coscienza, del pensiero. Venti sono le fotografie, in bianco e nero, che compongono il percorso espositivo accanto ad un video dei suoi lavori e una serie di fotolibri realizzati dal fotografo. L’esposizione è accompagnate dal fotolibro che Paolo Gasparini ha realizzato per l’occasione, a cura della Bsi in coedizione con la libreria antiquaria Drogheria 28 di Trieste, con testi di Silvio Mignano, Alejandro Sebastiani Verlezza e del direttore della Bsi, Marco Menato. Il progetto grafico è di Ricardo Báez. —
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