Bizzose storie delle Maldobrie di ieri e di oggi

Il regista Ugo Amodeo propone una versione odierna dei racconti, il cui approdo a teatro non fu sempre facile. Viene bacchettato dagli eredi di Carpinteri

Giulia Basso
Giuseppe de Francesco, Lilliana Decaneva e Gianfranco Saletta in scena nelle Maldobrie.
Giuseppe de Francesco, Lilliana Decaneva e Gianfranco Saletta in scena nelle Maldobrie.

 

“Orade, orade, ociade, ociade”: il grido della pescheria che apre i racconti delle Maldobrie, ha, a sentire l’attore, autore e regista triestino Giorgio Amodeo, un’origine precisa. Quando nel 1953 preparò la prima puntata del Campanon, storica trasmissione radiofonica satirica in dialetto trasmessa dalla sede regionale della Rai, il regista Ugo Amodeo ebbe l’idea di andare ad ascoltare dal vivo il mercato del pesce.

Da quel vivace brusio uscì la voce di Sior Bortolo, vecchio pescivendolo, che a Siora Nina, una casalinga sua cliente, racconta storie di mare e di terra nate dalla penna di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna. “Maldobrie” viene dal ciacavo, il dialetto croato dell’Istria: significa birbonate, scherzi che mordono senza fare male. Il 16 ottobre, al Museo teatrale Schmidl, Amodeo ha presentato il suo “Nuove Maldobrie” (Hammerle Editori, 2026), con l’attrice Mariella Terragni, Carlo Moser al pianoforte e Paolo Quazzolo, storico del teatro, a inquadrare il genere nella tradizione scenica triestina. Una scelta che l’ha fatto incorrere, vedremo, nella disapprovazione degli eredi Carpinteri.

Il libro nasce dal mestiere prima che dalla penna. Da più di trent’anni Amodeo adatta le Maldobrie in testi teatrali per compagnie della Venezia Giulia e spesso gli è capitato di inventare un raccordo, aggiungere una battuta, allungare una vicenda, fino a scrivere per necessità Maldobrie intere.

Sono diventate trentotto, più un congedo che si riaggancia a una vecchia Maldobria, e a quel punto, scrive nell’introduzione, gli è parso un peccato non metterle a disposizione degli appassionati. A muoverlo era il dispiacere che quell’opera di «contagio positivo» non potesse proseguire: le isole del Quarnero e della Dalmazia le ha conosciute, come non pochi triestini, alla radio, a teatro e sui libri delle Maldobrie «ben prima di studiarle o andarle a vedere personalmente».

Pur riprendendo nomi e ambientazioni delle vecchie Maldobrie, i racconti di Amodeo parlano di oggi, con battute che insegnano divertendo. In “La rivolta dei montenegrini”, che spiega come il Punto Franco di Carlo VI abbia fatto di Trieste un crogiuolo di genti, si parte dai «barconi de crociera in stazion maritima» e si arriva a un gioco sul nome dell’imperatore: «I lo ciamava Carlo Sesto perché che el iera un omo de Sesto».

In “Ballerine in fuga” si discute di quanto un tempo fosse difficile emigrare, e si conclude che invece «ogi come ogi xe più facile andar in America che cior el tram de Opcina».Sulla scena le Maldobrie arrivano nel 1970, allo Stabile, con la regia di Francesco Macedonio: lo spettacolo è il primo atto di una trilogia che, come documentato da Quazzolo, prosegue con “Noi delle vecchie province” (1972) e si chiude con “L’Austria era un paese ordinato” (1974). Era una scommessa: una commedia triestina, in dialetto, di cui nessuno sapeva dire se avrebbe fatto ridere. Come ricorda Ariella Reggio, alla prima lettura del copione gli attori non risero affatto e Macedonio se ne lamentò sempre.

Ma fu un successo: nel 1974, spiega Quazzolo, lo Stabile toccò il record di abbonamenti, oltre diciottomila. Poi il teatro interruppe il rapporto con i due autori, che furono in seguito molto polemici. Seguirono dodici anni di silenzio che, a suo giudizio, giovarono a Carpinteri e Faraguna.

Nel 1986 il teatro dialettale riparte alla Contrada: Orazio Bobbio affida ai due autori l’adattamento di una commedia francese, che si trasforma in “Due paia di calze di seta di Vienna”. Lo spettacolo aprì la stagione e, a furor di popolo, dovette essere ripreso.

Dietro quei successi, osserva Quazzolo, c’era però un autore che non si firmava. Carpinteri e Faraguna consegnavano a fine estate copioni troppo lunghi, scritti senza il senso della misura. Macedonio li tagliava, li riscriveva e li portava in scena con una regia che in compagnia chiamavano il “miracolo Macedonio”.

Sulla pagina, a giudizio dello studioso, quei testi non sempre reggevano il palcoscenico. Il mestiere dell’adattatore, che taglia, raccorda e allunga, appartiene dunque alla storia delle Maldobrie almeno quanto la scrittura dei due autori, ed è anche quello di Amodeo.

Non tutti, però, vedono in questa continuità un omaggio. Roberta Carpinteri, figlia di Lino, ha scritto alla stampa anche a nome del fratello Guido: gli eredi «non sono stati contattati, non hanno dato autorizzazioni» né approvato l’opera, e, immaginano, nemmeno quelli di Faraguna. Chiedono di non accostare il nome del padre a un’iniziativa «frutto esclusivamente dell’autore», che «può farne quel che gli pare, ma a suo nome e titolo personale». Maldobrie, concedono, non è un termine coperto da diritti; lo è «la memoria di nostro padre», che non desiderano «messa in mezzo o sfruttata».

Il libro si apre con un’epigrafe tratta da “Le Maldobrie” (Edizioni de La Cittadella, 1966), con i nomi di Carpinteri e Faraguna, e si dichiara «sincera opera di omaggio»: per evitare confusioni tra vecchi e nuovi racconti, ai nuovi sono stati tolti i nomi di Bortolo e Nina. Amodeo ammette che il divario di qualità con le vecchie Maldobrie potrà sembrare a qualcuno eccessivo e confida nella clemenza del lettore. Conferma di non aver contattato gli eredi di Carpinteri, ma sulla lettera non entra nel merito: «Non mi piace alimentare polemiche», dice.

Ribadisce che il libro è «un omaggio, un atto di rispetto e stima» verso chi ideò le Maldobrie, «la nostra mitologia»: «Il mio atteggiamento è sincero, se poi qualcuno lo interpreta in modo diverso io non ci posso fare nulla».

Le voci storiche, intanto, hanno cambiato bocca più volte: dagli anni Novanta, nelle nuove rappresentazioni e letture radiofoniche, Bortolo e Nina parlano con le voci di Gianfranco Saletta e Ariella Reggio.

Quelle storiche marachelle, nate tra i banchi del pesce e cresciute alla radio, mordevano senza fare male. Il 7 novembre, in teatro, il pubblico potrà giudicare se le nuove sanno fare lo stesso.

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