Bruce Sterling a Science+Fiction «Un punk diventato rispettabile»

TRIESTE. Dopo l’applaudita e affollata apertura gotica di ieri sera col nuovo “Frankenstein”, la 15° edizione di Science+Fiction entra oggi nel vivo con le numerose anteprime sparse fra Sala Tripcovich e Teatro Miela, e i primi ospiti per l’atteso “Dio esiste e vive a Bruxelles” del filosofico maestro belga Jaco Van Dormael (ore 20 Sala Tripcovich), e per due horror notturni, “Summer Camp” di Alberto Marini (Spagna, ore 22.30 Sala Tripcovich) e “Idyll” di Tomaž Gorkic (Slovenia, ore 24 Teatro Miela). È invece un omaggio al “cyberpunk” e a un grande autore internazionale amico dell’Italia e di Trieste il premio Urania alla carriera, che va a Bruce Sterling (premiazione domani alle 20 alla Tripcovich). Sessantenne del Texas che dal 2007 vive a Torino e nel 2009 è stato presidente di giuria a Trieste, Sterling è tra i più importanti autori di fantascienza al mondo. Gli abbiamo posto alcune domande prima del suo arrivo.
30 anni fa, con la sua antologia “Mirrorshades”, il cyberpunk diventò un movimento popolarissimo, rivoluzionò la fantascienza e anticipò il web. Oggi come sta il cyberpunk? Esiste ancora?
«La letteratura cyberpunk esiste oggi molto di più di quanto non esistesse la letteratura beatnik trent’anni dopo i ’50. Non è morta, è diventata parte della storia della letteratura».
Secondo lei l’attuale cultura pop deve molto alle idee cyberpunk?
«Probabilmente sì, ma il cyberpunk non dovrebbe chiedere risarcimenti per gli stimoli che ha dispensato, perché il cyberpunk è stato un movimento intellettuale molto generoso».
Qual è il film più recente che potrebbe definire cyberpunk?
«Non sono un grande fan del cinema d’oggi, ma so che William Gibson è un grande ammiratore di “Chappie” (2015) del regista sudafricano Neil Blomkamp (“District 9”, “Elysium”). Meno recente, anche “Sleep Dealer” (2008) dell’americano Alex Rivera è un film notevole. Poi, “Lei” (2013) di Spike Jonze mi ha colpito per il design degli oggetti di scena e delle scenografie».
Ma esiste un film cyberpunk che preferisce su tutti?
«Il mio film di fantascienza preferito è il capolavoro russo del cinema muto ‘Aelita’ (1924) di Yakov Protazanov, per le sue scenografie ‘costruttiviste’. Personalmente, da quando ho vissuto in India vedo molto cinema di Bollywood. Trovo Bollywood molto più interessante della maggior parte dei prodotti di fantascienza hollywoodiani, che non mi sorprendono mai».
Perchè tanto amore da parte sua per la fantascienza?
«Ho una biografia piuttosto tipica per uno scrittore di fantascienza. Provengo da una famiglia di ingegneri e scienziati, e sono abituato a vivere all’estero fin da ragazzo. Se si combinano la familiarità per la tecnologia con l’estraniazione culturale, ecco che si può produrre una sensibilità adatta per la fantascienza».
La fantascienza è cambiata dall'uscita di “Mirrorshades” a oggi?
«La fantascienza è cambiata molto dalla metà degli anni ’80, ma in realtà tutte le forme di finzione sono state rivoluzionate dalla digitalizzazione, dalla globalizzazione e dalla Rete. Quegli enormi cambiamenti economici e industriali contano molto di più di tutte le riforme letterarie dentro lo stesso genere».
Lei riceverà il premio Urania dal più antico festival di fantascienza. Quale importanza hanno i festival nello sviluppo delle idee e quali frequenta?
«I festival sono le riviste d’oggi. Vado ai festival e agli eventi con grande entusiasmo. Per lo più però sono rassegne di design, o di tecnologia o eventi artistici. Di rado vado alle convention di fantascienza, eccettuato quelle italiane, e specialmente Trieste Science+Fiction, che ho avuto il piacere di frequentare diverse volte. Ho trovato anche particolarmente vivace il recente festival del libro fantastico “Stranimondi” a Milano. È bello ricevere un ‘premio alla carriera’. È un privilegio per un punk come me vivere a lungo abbastanza per avere l’esperienza di una ‘carriera’, e diventare rispettabile agli occhi dei giovani».
Ci parli della sua nuova raccolta di racconti ambientati in Italia, “Utopia pirata”. Perché è firmato Bruno Argento?
«Di fatto Bruno Argento è la traduzione italiana di Bruce Sterling. Ma si tratta di qualcosa di più di un giochetto personale. Talvolta un trucchetto può aiutare i problemi di un autore. Nel mio caso, i problemi di un texano che voleva scrivere sull’Italia, con personaggi tutti italiani. Se questo ‘Bruno Argento’ avesse guardato le cose dal punto di vista “forestiero” di un autore texano, non avrebbe fatto molta strada. Così è stato più semplice chiedere a me stesso: “Cosa potrebbe scrivere Bruno Argento, scrittore torinese di fantascienza?”. Ho trovato molto divertente che, sebbene Bruno Argento avesse idee di levatura mondiale sulla fantascienza, non fosse un buon scrittore italiano di fantascienza. Bruno è di fatto un volonteroso scrittore amatoriale di Torino, probabilmente un timido eccentrico con un lavoro da ingegnere chimico, come ad esempio l’ebbe Primo Levi. Come moderno scrittore fantastico italiano, Bruno non può tuttavia gareggiare con professionisti quali Dario Tonani, Tommaso Pincio, Licia Troisi e Valerio Evangelisti. Bruno è solo un bizzarro, scomodo scrittore di racconti, che non condivide con quelli i loro moderni interessi, gli argomenti o il vocabolario. Però, sebbene non sia molto italiano, Bruno è estremamente torinese. Bruno Argento è uno scrittore regionalista e ‘campanilista’, ossessionato dalla sua città natale».
In una scaramantica autoiscrizione tombale lei scrisse "Ha vissuto, ha letto molti libri, ha passato molto tempo davanti al computer, infine è morto". Passa ancora molto tempo davanti al computer?
«Oh, certamente sì. I computer sono letteralmente tutti intorno a noi oggi. In questo momento ho intorno ben tre computer accesi e attivissimi: uno in mano, uno in tasca e uno sul mio tavolo da cucina torinese».
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