Il viaggio di Ulisse come metafora del tramonto dell’Occidente nell’Odissea di Nolan
A dispetto delle sterili polemiche l’ingranaggio del lungometraggio gira impeccabilmente triangolando fra il tempo “astorico” dell’epica, la fine dell’età del bronzo e il nostro presente. La resa del mondo omerico è vivida e coinvolgente, intatta la potenza del racconto originario

Fare del viaggio di Ulisse una riflessione sul tramonto dell’Occidente. Se i film di Christopher Nolan non sempre riescono all’altezza delle ambizioni che il loro autore si prefigge, con The Odissey il regista anglo-americano porta a segno una operazione intellettuale raffinatissima e spettacolare, facendo combaciare il nucleo millenario del canto epico con l’inquietudine del nostro presente.
Prima dell’uscita del film alcune immagini tratte dai trailer e alcune scelte del regista hanno generato nella cassa di risonanza dell’internet una mole abnorme di polemiche. Il cast multietnico ha suscitato reazioni isteriche, campate in aria con la fragile scusa della mancata verosimiglianza: la divina Lupita Nyong’o nei panni di Elena è quella che ha attratto la maggioranza degli strali, ma nero è anche Omero, e nell’equipaggio acheo dell’anglosassone Ulisse (Matt Damon) troviamo personaggi di ascendenze indiane o orientali. La scelta è del tutto coerente da parte di un regista anglo-americano, come va detto sono del tutto nordamericane le levate di scudi, sintomo di una società oggi ancor più di sempre ossessionata dalla razza.
Lo sgamato spettatore europeo – fatta eccezione per i corti di comprendonio che davvero credono siano ancestrali il razzismo e il nazionalismo dell’Ottocento – non vi troverà nulla di molesto, tanto più che il film è forte di un’estetica compattissima, e la sua resa del mondo omerico riesce a essere credibile, densa, a tratti magnificente. Il discorso vale anche per i dettagli di costume che hanno storto il naso a qualche purista: il tetro Agamennone-Batman, Telemaco che indossa dei pantaloni da celta e via dicendo. Una volta inseriti nello scorrere della vicenda sul grande schermo, anche i particolari che avulsi dal contesto potrebbero lasciare perplessi acquistano il loro fascino o risultano del tutto ininfluenti.
Tralasciando le chiacchiere, Nolan mostra davvero il suo coraggio d’autore nel modo in cui fa interagire, in una audace triangolazione, il tempo “atemporale” del racconto epico, quello storico e proto-storico della fine dell’età del bronzo e il nostro presente.
L’Iliade e l’Odissea narrano della caduta di Troia e delle sue conseguenze, ma certo non parlano della fine dell’epoca in cui sono ambientate, l’età del bronzo, che nel film viene citata con un anacronismo evidentemente consapevole. L’archeologo Eric H. Cline ha dedicato un libro affascinante, intitolato “1177 a.C. – Il collasso della civiltà” (Bollati Boringhieri, 2023, 304 pp., 25 euro), al momento in cui le splendide, evolute ed interconnesse società del Mediterraneo orientale crollarono nel volgere d’una clessidra, dando inizio a un periodo oscuro da cui molto più tardi sarebbe sorta la nostra antichità classica.
Nolan cala la sua Odissea in quel momento (senza fare il passo falso di farne un film “storico”) e da questo incrocio di mito e storia trae il messaggio di strettissima attualità del suo film: anche le più possenti civilizzazioni possono finire nel sangue, e a condannarle il più delle volte non sono “popoli del mare” in arrivo da fuori, ma il venir meno da parte loro alle stesse premesse sulle quali si fondano. Ecco allora che il suo Ulisse è del tutto un nostro contemporaneo, il cui rovello non sono la gloria o la conoscenza, ma violenza, trauma e redenzione.
Anche qui, non c’è nulla di scandaloso nell’operazione, è il modo in cui l’epica va trattata da sempre: lo è in origine, quando Omero (o chi per lui) mette per iscritto e plasma un canone rimaneggiando i canti degli aedi giunti in eredità da un passato già allora lontanissimo. Lo è in tutti i secoli a venire, ad esempio quando avvolto in una lingua di fuoco Ulisse racconta a Dante il suo viaggio allucinante verso la montagna del Purgatorio, o quando nella sua “Odissea” (Crocetti, 2023, 840 pp., 25 euro) il poeta greco Nikos Kazantzakis racconta le gesta di Ulisse dopo il ritorno ad Itaca, fino alla morte tra i ghiacci dell’Antartide.
Quando tutto ciò è compiuto con rispetto per il materiale originario, come in questo caso, l’aura della vicenda epica si accende di un nuovo fulgore. Allora il cuore di un umano si riempie di esultanza e dolore quando il vecchio Argo muore al ritorno del suo padrone, di fronte all’abbraccio fra Penelope e quel malconcio viandante, quando legato all’albero maestro della sua nave Ulisse sente nel canto delle sirene il richiamo struggente – che ognuno di noi conosce - di ciò che abbiamo avuto, e abbiamo perduto.
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