“Canti minori” di Giuseppe Solardi voce classica e accenti personali
Giuseppe Solardi rappresenta indubbiamente un “caso” nella fauna variegata in versi del Nord Est. Nato a Udine nel 1936, ha pubblicato una robusta antologia della sua opera per Spirali (2014) a cui segue “Via con l’ombra”, oltre a un romanzo di quasi 500 pagine, “L’ultimo dei Soldengo”, edito da Ponte Sisto. Ora per la stessa casa editrice è in libreria “Canti minori” (pag. 84, euro 10). Solardi, si diceva, è un caso singolare, vive ritirato, non compare nei tanti reading o letture pubbliche, poche le informazioni della sua vita, ma questo è giusto. Più originale ancora la sua poetica che si discosta dal panorama della lirica contemporanea. Ragionando per generazioni, Solardi vive la sua giovinezza tra Padova, Firenze, Roma, ha modo di conoscere molti autori e critici che ne apprezzano l’opera, da Pedullà a Magris.
Tuttavia, se guardiamo ai suoi coetanei, ai poeti più vicini per età, l’autore friulano si ritrova a confronto con alcune delle menti più brillanti dell’avanguardia novecentesca, Sanguineti, Porta e Rosselli per fare solo tre nomi. Dall’altra parte, dalla parte di una poesia di ricerca più “classica”, tra i suoi coetanei ci sono Raboni, Bandini e Neri. Tuttavia è difficile inserire Giuseppe Solardi all’interno di queste due linee. Pare piuttosto, anche in questa ultima raccolta, che Solardi guardi con più adesione a maestri come Mario Luzi, di cui assorbe non il passo colloquiale di alcune raccolte post ermetiche, ma la stessa tensione nel tentare di tradurre la complessità di una vita in cui compare a tratti il divino.
Una poetica che si alimenta anche di ritmi danteschi, nonostante i versi sciolti, ma rimane il climax dell’invettiva civile, a cui comunque il nostro unisce una dimensione esistenziale. È chiaro che il poeta friulano ha una voce energicamente classica, dove non mancano i rimandi di certa lirica ottocentesca, ma rielaborati anche in un canto personalissimo: la luna, per esempio, attua le sue trasgressioni pur ancorata al controllo della lingua, ma rimane tuttavia una luna “sromanticizzata” o “scompagnata”. Lontano da affreschi paesaggistici, ci sono pochi accenni a una realtà territoriale, piuttosto Solardi guarda a realtà epocali, fatte di “spettacolo/e di altre simili larve rese/dalla boria delle loro sortite imprese”. Spicca indubbiamente un interlocutore, la coscienza. Ed è una coscienza morale, ma anche sapienziale con rimandi a Shakespeare, Vico, Leopardi. Un dire poetico che pare più speranzoso di quel poeta veneto che sapeva, oramai, le contraddizioni contemplate nella lingua, tra natura e civiltà, se pensiamo all’ipersonetto zanzottiano. In Solardi rimane una via più naturale per tradurre un “inascoltato dire”. O altri versi ancora, dove la metafora religiosa, linguistica e civile abita una certa reboriana e dantesca memoria.
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