Il viaggio nell’anima popolare di Trieste grazie all’autobiografia di Severino Baf

Il libro è più di un’autobiografia e la gratitudine prevale sulla nostalgia. Le radici, l’esodo, gli snodi familiari, gli amici, l’amore. Dal Silos al calcio, la modestia del narratore: i protagonisti sono gli incontri

Fabrizio Brancoli
Il "pulman" degli anni Cinquanta con destinazione Pierabech
Il "pulman" degli anni Cinquanta con destinazione Pierabech

Le prime pagine di Ma le stelle stavano davvero a guardare? sembrano un catalogo impossibile. Dentro ci sono l’esodo istriano, gli orfani di guerra, il Silos, John Wayne, Garrincha, la Triestina, il formaggio americano trasformato in una pallina da lanciarsi in mensa, le battute in dialetto, il cinema Moderno. Tutto in poco spazio. Eppure nulla appare fuori posto, e non è la solita collezione di ricordi.

Severino Baf – giornalista e storico collaboratore delle pagine sportive del Piccolo – restituisce un mondo. Forse addirittura più di uno. La storia che racconta (introdotta da una bella prefazione di Roberto Degrassi) è verticale e orizzontale: è una linea del tempo, con le epoche che si susseguono, ed è una mappa tematica che testimonia emozioni differenti, l’infanzia e il basket, le amicizie, le fughe, i ritorni, i viaggi e le attese.

La copertina dell'autobiografia di Severino Baf
La copertina dell'autobiografia di Severino Baf

Il non-protagonista

Dobbiamo definirla un’autobiografia? Certo, racconta una vita. Ma più l’autore parla di sé, meno il protagonista è lui. Dietro ogni episodio affiorano le persone: la madre, il patrigno chiamato semplicemente papà, i nonni, gli educatori, i medici, gli amici, i colleghi, i sacerdoti, gli incontri casuali e quelli decisivi.

Il "derby" del Piccolo tra tipografi e giornalisti
Il "derby" del Piccolo tra tipografi e giornalisti

C’è persino chi diventa un esempio inverso, uno di quelli da non seguire. Da tutto questo panorama umano, che sorvoli leggendo, passa un messaggio. Il libro ti sta dicendo che nessuno cresce e vive da solo.

È una qualità sorprendente. Molti memoir contemporanei sembrano costruiti intorno alla celebrazione del proprio percorso: guardate che fenomeno sono stato, notate le sfide che ho vinto. Ma Baf prende un’altra strada. Minimizza. Sorride. Si prende in giro. Non insiste sull’importanza delle proprie esperienze. Questa cifra naturale di modestia rende ogni pagina credibile. Traspare il desiderio di restituire qualcosa alle persone. Che siano ancora presenti nel suo romanzo quotidiano, o che non ci siano più. Non fa differenza.

Dalla Storia al cortile di casa

Lo straordinario, sofferto, fondamentale Novecento triestino, allora, entra nel racconto quasi senza bussare. La povertà del dopoguerra, l’Opera Nazionale Orfani di Guerra, le colonie, la ricostruzione, la città popolare, il lessico dei rioni, i cinema, le osterie, il calcio, i personaggi celebri e gli sconosciuti. La profondità di una città dove geografia e storia non sono solo materie scolastiche, una città che devi vivere nell’anima prima che nelle strade. Tutto convive con naturalezza perché tutto appartiene alla stessa memoria. Baf non separa la grande Storia dalla piccola storia: entrambe abitano lo stesso cortile, dormono nella stessa camerata, poi vanno in campo e giocano la stessa partita improvvisata.

Bambini seduti in palestra mentre attendono i genitori
Bambini seduti in palestra mentre attendono i genitori

Colpisce anche un’altra scelta, più sottile. Questo non è un libro che coltiva la nostalgia, sentimento quasi inevitabile quando si raccontano i decenni. Qui si issa un altro vessillo: quello della gratitudine. La nostalgia tende a idealizzare il passato; la gratitudine lo accetta. Un senso maturo e consapevole. Il padre morto, l’esodo, il collegio, la malattia, le ristrettezze: ci sarebbe materia sufficiente per una lamentazione drammatica. Invece il sorriso vince sull’autocommiserazione. Per evitare che il dolore diventi l’unica chiave di lettura di una vita.

I dettagli dell’amore

Anche la struttura narrativa rivela una notevole finezza. Baf semina dettagli. Li lascia lì, come se fossero semplici episodi. Vanno colti. Il più importante riguarda l’amore, quello vero. Solo molto più avanti il lettore scopre che la ragazzina che gli porta in ospedale E le stelle stanno a guardare di Cronin – episodio delle prime pagine – è la donna che diventerà sua moglie e accompagnerà la sua esistenza.

È uno dei momenti più delicati del libro. Come accade nella vita, alcune cose acquistano significato anche molti anni dopo. Il ritratto di Graziella è bellissimo perché, di nuovo, è modesto e onesto: sembra di vederli e sentirli, lui e lei, uniti e tenaci, ironici e teneri, lui nervoso contro il destino, lei capace di aiutarlo pur partendo dalla sua condizione difficile di salute.

Le stelle non stavano soltanto a guardare. Alcune stelle, nella vita complessa, si sono accese e hanno indicato una direzione. Lei, i tanti amici, i precettori, i cattivi esempi, i miti. Severino Baf quelle stelle le ha incontrate lungo il suo cammino. Oggi, attraverso queste pagine, ricevono il più semplice e il più importante dei ringraziamenti: un ricordo sincero e senza retorica.

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