Chi era Carol Rama l’artista che cercava la brutalità delle cose

La parete dedicata a Carol Rama (1918-2015) colpisce subito l’attenzione. Il visitatore si ritrova davanti all’ostentazione schietta e poetica di dettagli anatomici, parti del corpo offerte come fossero oggetti disegnati da un bambino curioso. Pennarello su carta, nero su bianco. Lingue, dita, sessi, occhi: in un primo momento è questo che si nota. Ma le cose sono più complesse. Utilizzando carta intestata o stampata al posto del foglio bianco, aggiungendo come in un collage pezzi di copertone e di gomma a evocare qualcosa di sordido o proibito (le camere d’aria delle gomme da bibicletta, in altri suoi lavori, diventano scandalose budella), sottolineando in rosso la lunghezza affilata delle lingue Carol Rama rende le sue immagini trasgressive uno specchio psico-sessuale, racconta di sé con una forza espressiva unica e schiaffeggia senza indugio la morale pubblica. I lavori attraversano il Novecento ma sono attualissimi.
È merito dello spazio espositivo MLZ Art Dep quello di riportare a Trieste (a diciassette anni di distanza da una memorabile personale allo Studio Tommaseo) una decina di opere di Carol Rama nella mostra, visitabile fino al 31 marzo, “Tales for Late at Night”, curata da Francesca Lazzarini, che affianca l’artista torinese a due giovani talenti, Moira Franco e Gudrun Krebitz.
Di Carol Rama, ultimamente, si parla moltissimo in Europa: Parigi, Barcellona, Dublino, l’Inghilterra, la Finlandia e naturalmente la sua Torino hanno dedicato in questi anni importanti retrospettive e antologiche alla piccola, scomoda e irriverente donna dell’arte italiana.
Il 2018, anno del centenario della nascita, serve idealmente per chiudere un cerchio sull’artista torinese che ha attraversato il Novecento, apprezzata da colleghi e intellettuali di prim’ordine, ma che è arrivata alla grande notorietà e al riconoscimento ufficiale solo alla fine, in quegli ultimi dieci anni di vita che vanno dal Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2003 alla scomparsa nel 2015.
Perché tante difficoltà per farsi apprezzare? Forse perché il suo lavoro è il risultato diretto di un’esistenza non facile, costellata di tragedie familiari, di esperienze che comprendono il manicomio e il suicidio di persone a lei vicine, e della conseguente attrazione per gli aspetti scomodi e brutali delle cose. Già negli anni Trenta i suoi soggetti sono piedi, deformi e amputati come quelli di una bambola malata, o donne nude legate ai letti di un ospedale psichiatrico. Carol mette in piazza la sua realtà, il dolore che la circonda e a cui lei sa donare una forza semplice e sentimentale e spesso ironica. Oggetti anche sgradevoli sono i protagonisti dei suoi quadri: dentiere, pisciatoi, organi genitali, artigli di animali, occhi strappati dai bambolotti e appiccicati alla tela. La critica la avvicina ad altre grandi artiste: Louise Bourgeois, ma anche Frida Kahlo. Aderisce per un periodo, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, al Mac – Movimento Arte Concreta (e nell’attuale mostra di Trieste c’è un’opera a testimoniarlo) ma è l’uso che sa fare degli oggetti e dei materiali più diversi, come le gomme di bicicletta o le forme di piedi in legno, a segnare in maniera forte il suo universo poetico.
Oggetti d’affetto, seducenti e teneri, vissuti, testimoni di una vita ricca e consumata e allestiti come in una messinscena teatrale, che accoglievano i fortunati visitatori ammessi nella casa-studio con la vista sul Po. Nella luce soffusa filtrata dalle pesanti tende scure, ecco la sorpresa di scoprire una donna ancora combattiva, dalla brusca umanità, pronta alla battuta. La potenza del vento di bora? «Che paura! » Leonor Fini? «Una brava pittrice di sogni che ha trovato a Parigi la personalità perché Parigi è una città che offre molte strade». L’artista Andrea Guerzoni, in virtù di una lunga frequentazione di quella casa, ha raccolto frasi, pensieri e ricordi dell’amica Carol nel libretto “Gli aforismi del lunedì pomeriggio”. Ritroviamo così alcune massime: «I peccati aiutano a vivere», «Bisogna sapersi scegliere con la stessa cura sia gli amici che i nemici», «Il desiderio è meglio dell’atto». Di tutto ciò lei ha saputo fare un’arte beffarda e conturbante come i lavori in mostra a Trieste appartenenti ai cicli “Le malelingue” e “La corona di Buster Keaton”, perfetta sintesi del suo stile, misto di istintività e misura.
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