“Come in cielo, così in terra”, una scia horror-fantasy dal Medioevo a oggi

il programma
Con suggestioni in bilico tra “Blair Witch Project”, “La maschera del demonio” e “Il nome della rosa”, irrompe in anteprima assoluta al Science+Fiction un promettente horror-fantasy italiano, “Come in cielo, così in terra” firmato dal trentenne bergamasco Francesco Erba (online oggi alle 18 su MyMovies.it). Regista, produttore, sceneggiatore e scenografo di questo film indipendente, artigianale e coraggioso, Erba ha lavorato cinque anni per realizzare un progetto che ha il suo punto di forza nel puzzle di livelli narrativi e nel mix di linguaggi (soggettive, inserti video, animazione). Una complessità di stili che però non disorienta affatto, e che invece è finalizzata ad amplificare la tensione del racconto di una paurosa maledizione millenaristica.
La vicenda rimbalza di continuo fra tre cornici temporali. La più recente è ambientata in centro Italia al giorno d’oggi, e ci mostra le riprese in soggettiva di un imprecisato giovane regista che intervista un poliziotto e una dottoressa, per svelare il mistero di morti e sparizioni avvenute in una grotta sotto un antico e diroccato monastero. Il secondo momento risale a dieci anni prima, al ritrovamento in quella grotta e nel bosco intorno di agghiaccianti video girati col telefonino da due fidanzati scomparsi. La cornice più lontana si svolge nel Medioevo in un monastero, e vede una ragazza e un giovane monaco coinvolti negli esperimenti di un crudele alchimista sul mistero della vita. Per narrare questo tempo remoto risulta efficace una riuscita e sognante animazione in stop-motion, realizzata con pupazzi mossi da bacchette poi tolte digitalmente.
Un certo eccesso di verbosità e qualche caduta di stile nei dialoghi non inficiano l’impalcatura complessiva dell’enigma, che salda spericolatamente un filone orrorifico molto contemporaneo (il cinema del cosiddetto “found footage”, del filmato ritrovato) alla tradizione gotica dei più antichi misteri italiani (viene ritrovata anche una pergamena). L’abilità tecnica e l’inventiva di Francesco Erba si fanno apprezzare fino ai titoli di coda (da non perdere), in un film la cui sfida è quella di evidenziare di continuo, senza appesantirla, la propria natura di finzione e artificio.
La stessa tradizione gotica - antica ma sempre di moda - della vecchia Europa è al centro dell’ammaliante horror ungherese “Post mortem” di Péter Bergendy, selezionato anche dal festival di Sitges (online alle 22 su MyMovies.it). Per raccontare una classica storia di fantasmi con porte e soffitte cigolanti, Bergendy ha girato in antichi castelli, cimiteri e campi di battaglia magiari, rinvangando (ancora in tempi non sospetti) la pandemia antenata del Covid, quella “spagnola” che provocò milioni di morti dopo la Prima guerra mondiale. Ci vuole poco a capire che, per lo spettatore odierno, il film riserva un effetto del tutto particolare di inquietante attualità da una parte, e di cupo eterno ritorno dall’altra. Sta di fatto che non è nuova l’idea, nella tradizione del cinema fantastico, della catastrofe incombente come tema ricorrente, con il timore che l’uomo non abbia futuro non tanto per fatti esterni, quanto perché siamo destinati a distruggerci con le nostre mani, perdendo il controllo di noi stessi per l’uso scriteriato delle armi, del potere o della scienza. Ecco allora che in “Post mortem” i fantasmi dei morti tornano a spaventare i vivi: ma questo è cinema, si tratta di immagini e storie che sono sogni catartici, e infatti il protagonista del film è un coraggioso fotografo che col suo lavoro addolcisce il dialogo fra le persone del mondo terreno e le figure dell’aldilà.
Il cinema fantastico non ci spaventa però solo con le catastrofi, ma anche esagerando un po’ la nostra realtà. È il caso del satirico “Lapsis” del regista californiano Noah Hutton, figlio degli attori Debra Winger e Timothy Hutton. Tipico prodotto americano indipendente, racconta la quotidianità con dialoghi e attori impeccabili e un messaggio progressista. Per criticare la “gig economy” (il lavoro precario), “Lapsis” (online dalle 20) descrive l’assurdo lavoro, in un futuro prossimo simile al nostro presente, di cablatori del web che, in competizione fra loro, tirano interminabili cavi nel bosco. —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








