Come metterci al sicuro dalle multinazionali digitali e creare un’economia civile

Ripartire da John Maynard Keynes, in tempi di crisi? Dopo gli anni dell’egemonia neoliberista anglosassone e dell’ordoliberismo tedesco, tornano alla ribalta le idee dell’economista che più di tutti ha influenzato positivamente la stagione della migliore crescita economica del Novecento. Ed è quanto mai opportuna la ripubblicazione dei suoi scritti, a cominciare dalla “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” nella prestigiosa collana dei Meridiani di Mondadori (pagg. 111, euro 80), a cura di Giorgio La Malfa, con la collaborazione di Giovanni Farese. Al centro, le idee sulla “politica del redditi” (un circuito virtuoso tra produttività, salari e utili d’impresa) e sul ruolo della politica economica e degli interventi pubblici, per arrivare agli obiettivi che il mercato, spontaneamente, non raggiunge: lavoro, benessere, sicurezza. Non si tratta, per Keynes, di sovraccaricare di debiti lo Stato. Ma di stimolare, con bilanci in tendenziale equilibrio, investimenti che moltiplicano domanda e occupazione. Una lezione valida ancora oggi.

Le riflessioni keynesiane sono utili pure per esaminare le nuove dimensioni della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica verso quel “Capitalismo immateriale”, che Stefano Quintarelli, imprenditore e presidente del Comitato dell’Agenzia per l’Italia digitale usa come titolo d’un libro edito da Bollati Boringhieri (pagg. 240, euro 16). Il sottotitolo è esplicito: “Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale”. Siamo di fronte a una radicale rottura dei paradigmi economici. Ai tradizionali protagonisti di capitale e lavoro s’aggiungono i detentori d’un bene prezioso, l’informazione. Non siamo pronti ad affrontare “questo immane scossone”. Eppure serve ragionare su come governare processi così intensi che investono non solo produzioni e servizi, ma la salute, l’educazione, il consenso. Le multinazionali digitali, Facebook, Google, Amazon, Apple, ma anche Uber e AirBnB sono mostri economici che mal sopportano limiti. Migliorano per certi versi ma condizionano le nostre vite. Come affrontare sfide che riguardano consumi, morale, politica? Il cambiamento, spiega Quintarelli, va guidato. Con la consapevolezza critica delle trasformazioni in corso.

C’è un altro punto di vista di cui tenere conto: quello della “responsabilità” per costruire una “economia civile”. Lo racconta bene Stefano Zamagni, economista di grande spessore e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, in “Responsabili” ovvero “Come civilizzare il mercato”, Il Mulino (pagg. 248, euro 15): la globalizzazione e la rivoluzione delle tecnologie “stanno generando crescenti asimmetrie di potere, mettendo a repentaglio l’orizzontalità dei rapporti tra soggetti, presupposto essenziale per il funzionamento stesso del mercato”. Si rafforzano nuovi monopoli. Da contrastare. Come? Zamagni insiste sul “capitalismo responsabile” e sulle nuove dimensioni del mercato: “C’è un mercato che riduce la disuguaglianza sociale e uno che invece la fa lievitare. Il primo si dice civile, perché dilata gli spazi della civitas, mirando a includere tendenzialmente tutti, il secondo è invece il mercato incivile che tende ad escludere e a conservare nel tempo le “periferie esistenziali” di cui parla Papa Francesco”. E’ il “capitalismo finanziario” che crea diseguaglianze inaccettabili. Da contrastare. Con senso di responsabilità di imprese e cittadini.

Sono temi che stanno al centro anche delle “idee per una economia mondiale assennata” raccolte da Dani Rodrik in “Dirla tutta sul mercato globale”, Einaudi (pagg. 312, euro 19). Da una parte, la globalizzazione selvaggia come “ipermondialismo”, con tutti gli squilibri conseguenti (già denunciati da Rodrik nel 1997, senza adeguato ascolto, purtroppo). Dall’altra, “Il sovranismo”, ideologia povera e chiusa che ripete in peggio i guasti del nazionalismo che hanno avvilito il corso del Novecento. C’è però una “terza via”, ripensare lo “Stato nazione” e rilanciare la Ue come uno Stato vero e proprio. Prospettiva improbabile. Ma riflessione comunque stimolante. —



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