Così Giorgio Scerbanenco beffava la censura fascista

di ALESSANDRO MEZZENA LONA
Ne uscivano a pacchi di storie dalla sua macchina da scrivere. Racconti, articoli per i giornali, servizi per le riviste. Giorgio Scerbanenco non faceva lo schizzinoso e non solo per la sua inguaribile grafomania. Ma perché quel turbinare di cartelle zeppe di righe allineate gli consentiva di guadagnarsi da vivere. Di romanzi, però, nemmeno uno. Fino al 1935. Quando in venti puntate, dal 21 aprile al primo novembre, “Il Novellino” pubblicò il suo debutto narrativo. Intitolato “Gli Uomini in Grigio”.
Debutto, peraltro, dimenticato in gran fretta. Se è vero che la prima edizione in volume degli “Uomini in Grigio” arriva appena adesso. Curata da Luca Crovi, con una prefazione della figlia Cecilia Scerbanenco, il romanzo pubblicato da Rizzoli in una bellissima versione con i disegni di Peppo Bianchessi (pagg. 265, euro 16) viene presentato giovedì a Lignano. Alle 18.30 sarà al centro degli Incontri con l’autore e con il vino, curati da Alberto Garlini al Palapineta nel Parco del Mare. Al termine della serata, degustazione di vini dell’Azienda Ferrin raccontati da Giovanni Munisso.
Duca Lamberti sarebbe arrivato quasi trent’anni dopo. E, in quel periodo, i milanesi non ammazzavano ancora al sabato. Anche perché il regime fascista, ben saldo, teneva gli intellettuali sotto il torchio della censura. Eppure lui, Scerbanenco, nato a Kiev nel 1911 come Volodymyr-Džordžo Šcerbanenko, quando lo zar regnava incontrastato su tutte le Russie, non si faceva spaventare da nessuno. Tanto che a leggere oggi quel romanzo vien da dire che gli occhiuti censori mussoliniani si fecero allegramente raggirare dall’astuto mago del giallo all’italiana.
E sì, perché non è difficile notare che gli Uomini in Grigio del romanzo di Scerbanenco assomigliano ai segretissimi spioni dell’Ovra. Cioè, agli agenti segreti che dal 1930 al 1943 hanno tenuto sotto controllo giornali, gruppi sovversivi e altre possibili minacce al regime. E che continuarono a operare dal 1943 al 1945 all’ombra della bandiera della Repubblica di Salò.
In realtà, questo primo romanzo di Scerbanenco era pensato per i ragazzi. E scritto con uno stile molto piano, capace di mescolare gusto dell’avventura con un continuo richiamo ai buoni sentimenti. Protagonista della storia è Mario, un ragazzino orfano che trova nella bella e ricca vedova di guerra Lele Varre una sorta di mamma adottiva. La signora, infatti, ha deciso di utilizzare la sua consistente fortuna per creare un orfanotrofio dal nome rassicurante: La Casa della Luce.
Ma il destino di questo temerario bambino, e della sua fascinosa mamma adottiva, comincia a traballare quando compare uno degli Uomini in Grigio. Il misterioso messaggero costringe la generosa Lele Varre a chiudere in fretta La Casa della Luce. Disperdendo gli orfani e cedendo ingenti quantità di denaro al misterioso Signor X.
«Il merito della riscoperta di questo romanzo è di Luca Crovi - spiega Cecilia Scerbanenco -. Esperto di fumetti e di gialli, si è appassionato subito ai primi romanzi di mio padre. Al “Paese senza cielo”, ma soprattutto a questi “Uomini in Grigio”. Dove i disegni hanno un ruolo molto importante».
Negli anni Trenta, Scerbanenco entrò in contatto con il vivace ambiente intellettuale di Milano. Stringendo amicizia con personaggi oggi dimenticati. Come la scrittrice Giana Anguissola o come Milly Dandolo. «Persone di cui abbiamo perso le tracce - dice Cecilia Scerbanenco -. Peccato, perché hanno dato forma al mondo editoriale dell’Italia anteguerra. Scerbanenco, Dandolo, Prosperi, Peverelli, Anguissola si scambiavano nomi di personaggi e titoli di romanzi, trame. Anche lettere di insulti, di tanto in tanto. Per ricostruire la vita professionale, ma non solo, di mio padre, che è morto quando io avevo cinque anni, sono andata a ripescare tonnellate di carte, di riviste».
E leggendo “Gli Uomini in Grigio”, Cecilia Scerbanenco non ha potuto fare a meno di notare la somiglianza della setta con una polizia segreta che controlla tutto. «Mio padre, in questo libro, si mostra coraggioso a metà. Tratteggia i connotati della banda rendendola riconoscibile, ma poi sfuma il tutto per paura della censura. Lo stesso procedimento che usa in “Cinque in bicicletta”, dove racconta la fuga di un gruppo di persone in tempo di guerra. Soltanto dopo ho scoperto che la trama nascondeva una storia vera: quella di alcuni suoi amici ebrei che sono scappati in Svizzera fingendo di fare un’innocente gita».
Non c’è dubbio che Scerbanenco scrivesse per guadagnarsi da vivere. Ma è anche vero che lo scrittore di “Venere privata” amava molto inventare storie. «Era attirato dalle persone, voleva capire come vivono, i segreti che nascondono. E poi scriveva, scriveva dappertutto. Su fogliettini volanti, sui tovagliolini dei bar e dei ristoranti. Alcune di queste note le ho donate alla Biblioteca di Lignano. Comunque, era molto professionale. Lavorava sempre in vista della pubblicazione. Adesso mi sto battendo per far uscire un’antologia degli scritti di Scerbanenco giornalista, che sono stati dimenticati».
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