“Meglio tardi che mai”, Emanuela Grimalda torna in televisione in una storia di ironia e libertà
L’attrice triestina su RaiUno nei panni di un’assistente sociale che lavora in carcere: «Arte e bellezza ci aiutano a far pace gli inciampi della vita»

Ironica e sagace per dispensare perle di saggezza. Look sbarazzino per renderla una donna senza tempo. Acume emotivo e intellettuale per farne una miss Marple del Nordest. Un mix che richiama la verve e le sfumature dei personaggi prediletti da Emanuela Grimalda, e che trova pieno compimento in zia Tina, l’alter ego dell’attrice triestina nel film “Meglio tardi che mai” di Giuseppe Curti, in onda domenica alle 21.30 su Rai1 per il ciclo “Purché finisca bene”. Protagonista è Marco (Lorenzo Richelmy), attore di grido che dopo un acceso diverbio viene cacciato dal set. Per riprendere in mano la sua vita accetta la proposta di zia Tina, assistente sociale in un carcere femminile a Bassano del Grappa, che lo chiama per fare un corso di recitazione alle detenute, tra cui ritroverà Arianna, il suo primo amore.
Grimalda, chi è zia Tina?
«Una donna che mi sono divertita a interpretare. Vive in una città di provincia, è un personaggio eccentrico, fuori dagli schemi, è single, ha viaggiato ed è molto spiritosa. Vuole bene a suo nipote Marco e lo dimostra bacchettandolo, perché riconosce il suo bisogno di ritrovarsi in un momento critico. Lei gli ricorda che si può essere liberi ovunque, si può trovare la propria sorgente vitale a Bassano come a New York, e questa ricerca di verità avviene con i toni della commedia».
Qual è il tema del film?
«La storia d’amore tra Marco e Arianna è l’ossatura che regge la trama, basata sul rincontrarsi di due ragazzi attraverso un percorso, lui ritorna dove tutto è cominciato e lei, che non è mai andata via, sta attraversando un momento faticoso, forse ingiustamente. Poi abbiamo una parte corale portata avanti dalle detenute, attrici bravissime, da cui emergono le difficoltà che molte persone vivono e che sono nascoste. Grazie a loro comprendiamo che c’è una possibilità di redenzione per tutti e in questo caso viene data dal corso di teatro dietro alle sbarre. Un’esperienza che ha un valore terapeutico, non solo per le carcerate ma anche per noi spettatori, perché nell’arte e nella bellezza si può sempre riconoscere qualcosa di sé e anche perdonarci l’inciampo che fa parte della vita. Sui social tutti sono frettolosi nel giudicare gli altri, e bisogna contrastare quest’onda, pericolosa perché mina il valore della comunità. “Meglio tardi che mai” ci insegna che è necessario conoscere le persone, la loro complessità, i loro dolori, prima di giudicarle».
Lei è candidata ai Nastri d’argento come miglior attrice non protagonista per il personaggio di Iole nella serie “Gloria”, quali sono le specificità di questo ruolo?
«Iole è un personaggio di due serie, Gloria e Gloria – il ritorno, molto interessante e intrigante, è una donna sola, dedita a questa diva insopportabile, interpretata da Sabrina Ferilli, di cui lei è anche più o meno innamorata, e per la quale esprime una sincera devozione. Il suo sentimento si concretizza in un’amicizia di contrappunto, perché riesce a tenere a bada l’estroversione di Gloria in modo divertente e affettuoso. Per le sue sfaccettature è un ruolo inedito nel panorama dei personaggi riservati alle attrici della mia età, che di solito sono mamme o nonne. Iole è convincente nella scommessa di essere atipica e di inserirsi bene nell’equilibrio del doppio registro della serie, una commedia brillante con una vena di malinconia, corde che mi piace sempre toccare dove possibile».
Ha ancora rapporti con Trieste?
«La considero la mia terra, a cui mi sento profondamente legata, e anche se ho perso i miei genitori di recente qui c’è ancora mia sorella. Mio padre era istriano e si sentiva un esule, caratteristica identitaria che mi appartiene adesso che non vivo più a Trieste, anche se la seguo costantemente pur a distanza. L’ho vista cambiare da quando me ne sono andata, all’epoca c’era ancora il muro di Berlino, e da località di frontiera è diventata un avamposto culturale italiano da valorizzare».
Sui social ha seguito anche la questione della gita scolastica in piazza Libertà dove i bambini hanno incontrato i migranti della rotta balcanica, cosa ne pensa?
«Credo che la scuola debba promuovere la cultura della partecipazione per formare cittadini consapevoli. Oggi c’è un clima per cui tutto viene strumentalizzato, si tende a non approfondire, a non problematizzare e a prendere posizioni nette pro o contro. Se le persone avessero conosciuto meglio il progetto della scuola e il senso di questa iniziativa, non si sarebbe sollevato nessun polverone. Questi migranti non sono clandestini ma richiedenti asilo in attesa di sapere quale sarà il loro destino. La volontà della scuola era far conoscere in maniera concreta queste persone ai bambini, dimostrare che non sono numeri e nemmeno mostri pericolosi. Se tutti i cittadini avessero la possibilità di incontrarli e parlarci non avrebbero più paura. I bambini stanno nel mondo, lo vivono, lo guardano, e non c’è cosa migliore che portarli a constatare le situazioni del presente, per costruire una società in dialogo e non in contrapposizione».
I suoi progetti futuri?
«Sarò la protagonista dello spettacolo teatrale “Uno scherzo del genere” da un testo inedito di un’autrice francese, in tournée per l’Italia dalla prossima stagione. Si tratta di una commedia che affronta il tema del gender e dei pregiudizi per smontare i luoghi comuni dimostrando che nessuno è senza peccato. È un progetto che mi piace perché l’ironia viene usata come strumento per farci riflettere sulle cose».
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