Così gli antichi Romani domarono anche le montagne

Silvia Giorcelli Bersani  ripercorre il rapporto  dell’impero con la cerchia alpina  trasformando genti e territori



I Romani non amavano le montagne. Non le capivano. Il loro mondo familiare era il mare e la campagna coltivata o urbanizzata, comunque piegata al loro volere. Ci arrivavano fin sotto, come nella carnica Zuglio, per presidiare la via che portava al Norico, l’attuale Carinzia, ma vette alpine e neve li mettevano a disagio.

Tito Livio le descriveva abitate da uomini dall’aspetto selvaggio, con barbe e capelli lunghi e incolti, e animali induriti dal gelo. Però con la solita lungimiranza e il loro tipico pragmatismo, i romani avevano compreso che era meglio mettere in sicurezza la cintura alpina. Soprattutto dopo che Annibale, con un viaggio davvero miracoloso per quei tempi, aveva valicato il Colle delle Traversette, poco sopra alla sorgente del Po, ed era riuscito a portare il suo esercito a scorrazzare lungo la penisola. Poi il cartaginese si era smarrito, mancandogli una strategia di uscita dall’Italia, ma quella irruzione seminò il metus punicus, la paura cartaginese, che diede ai Romani la spinta decisiva per avviare la conquista delle Alpi.

“L’impero in quota” (Einaudi, pagg. 268 pagg., Euro 28,00) di Silvia Giorcelli Bersani ripercorre il rapporto dei Romani con la cerchia alpina e racconta come trasformarono un mondo sconosciuto e inospitale, un italico Far West verso cui si mossero avventurieri spregiudicati, imprenditori e coloni. Numerose e lunghe furono le guerre per rendere praticabili i percorsi che portavano al di là delle Alpi e controllare le popolazioni che le abitavano. I Romani però usavano la forza in modo chirurgico, preferivano l’inclusione, seducevano i vinti con l’efficienza della propria politica e con la raffinatezza della propria cultura. I togati senatori sapevano che non bastava la forza delle armi per tenere un territorio, molto più proficuo risultava esportare il proprio modo di vivere, coinvolgendo i nuovi popoli in un’amministrazione rispettosa delle loro tradizioni. Flessibilità politica e sociale erano gli strumenti di un dominio esercitato sotto il segno dell’inclusione. Nell’impero non contava l’etnia, ma la comune appartenenza ai valori della romanitas, i cui capisaldi erano il diritto romano e la lingua latina.

Sedotti con le buone o convinti con le cattive i suoi abitanti, cui i Romani avevano delegato la manutenzione dei sentieri e la guida dei viandanti, le Alpi, dalle Marittime fino alle Giulie, diventarono un baluardo difensivo. Ma anche, solcate com’erano da strade agevoli e da movimenti di persone e merci sicuri e regolari, vie di comunicazione che favorirono commerci sempre più fitti: a metà del I secolo a.C. le condizioni per la nascita di Cividale e Trieste erano pronte. —



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