Così i “foreign fighters” cercano nella Jihad un mondo tutto nuovo

Nel libro “L’ultima utopia” Renzo Guolo analizza i motivi che spingono tanti giovani europei a battersi per il Califfato
Di Renzo Guolo
29 Aug 2014, Gaza, Gaza Strip --- Children taking part in the military parade, which was organized by Al-Quds Brigades, the armed wing of Islamic Jihad, marking the end of the war on Gaza and what they called a victory over Israel. (Photo by Ibrahim Khader / Pacific Press) --- Image by © Pacific Press/Corbis
29 Aug 2014, Gaza, Gaza Strip --- Children taking part in the military parade, which was organized by Al-Quds Brigades, the armed wing of Islamic Jihad, marking the end of the war on Gaza and what they called a victory over Israel. (Photo by Ibrahim Khader / Pacific Press) --- Image by © Pacific Press/Corbis

È da oggi nelle libreria il nuovo libro di Renzo Guolo “L' ultima utopia. Gli jihadisti europei” (Guerini e Associati, pagg. 175, euro 14,50). Ne anticipiamo un brano.

di RENZO GUOLO

«Migliaia di cittadini occidentali, immigrati di seconda generazione ma anche autoctoni convertiti, combattono tra Siria e Iraq nelle fila del gruppo islamista radicale dell’IS o Daesh (acronimo in arabo di Dawla islamiya fil’ Iraq wa Shâm), l’organizzazione che ha proclamato la rifondazione del Califfato e instaurato lo Stato Islamico mettendo in discussione i confini internazionalmente riconosciuti, o in quelle di Jabhat al-Nusra, organizzazione legata a Al Qaeda. L’internazionalismo islamista, o meglio, il pan - islamismo combattente, non è fenomeno nuovo.

Negli ultimi tre decenni è accaduto più volte che volontari provenienti dal mondo occidentale siano confluiti nei ranghi di formazioni che hanno chiamato al jihad nei diversi teatri di conflitto.

Dai pochi che hanno combattuto contro i sovietici in Afghanistan negli anni Ottanta del secolo scorso ai più numerosi, anche per prossimità geografica e contesto politico, che hanno partecipato alla guerra in Bosnia negli anni Novanta, sino al più consistente flusso, nella seconda metà di quello stesso decennio, verso l’Afghanistan dopo la fondazione di Al Qaeda da parte di Bin Laden. Flusso dilatatosi ulteriormente durante la prima fase del conflitto iracheno, tra il 2003 e il 2006: al jihad antiamericano parteciperanno, infatti, centinaia di mujahidin provenienti dall’Europa.

La presenza di occidentali nelle aree di conflitto segnate dal lungo ciclo politico jihadista è dunque ormai una costante. Ma sino alla metà del primo decennio del nuovo secolo i numeri erano, comunque, ridotti. Crescono, invece, esponenzialmente con la deflagrazione del conflitto siriano.

L’intensità di quel conflitto, trasformatosi rapidamente in guerra civile su larga scala; il suo stretto legame con quello che riprende, in maniera virulenta, in Iraq dopo il ritiro delle truppe americane e l’espansione dell’Is che allarga il suo campo d’azione dalle province occidentali irachene a quelle orientali siriane; la percezione collettiva tra molti giovani musulmani, anche per l’effetto mediatico prodotto da vecchi e nuovi media, che quello in corso sia un conflitto particolare, carico di significati politici e religiosi che lo differenziano da quelli precedenti, favoriscono i flussi di quelli che verranno chiamati i foreign fighters, combattenti stranieri, occidentali.

La Siria è, infatti, un enorme catalizzatore simbolico. La drammatica sorte della locale popolazione sunnita, insorta contro il regime controllato dalla minoranza alawita, setta di derivazione sciita, e repressa nel sangue dal regime di Assad nell’indifferenza della comunità internazionale, diventa, nell’immaginario collettivo di parte dell’universo giovanile islamico, anche in Occidente, il simbolo dell’oppressione universale dei musulmani. (...)

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