Da Caporetto al manicomio, storia di una profuga

“I tredici canti”, voci dal manicomio di Napoli: il matematico, il pentito, la spiritista

«Io ho odiato la guerra. L’ho odiata da quando mi si è infilata tra le gambe, strappandomi i vestiti. Da quando mi ha scoperto i seni prendendoli a morsi, da quando mi ha schiacciato la guancia contro il terriccio umido di una Venezia malridotta. Io ho odiato la guerra da quando ho sentito la puzza delle mani di un soldato e la sua faccia mi ha tormentato nei sogni. E allora ho iniziato a odiare tutti maschi indistintamente perché li ho sentiti addosso luridi e prepotenti».

Rosa Prosdocimo, profuga dal Veneto invaso dagli eserciti imperiali austro–germanici dopo la rotta di Caporetto, racconta le violenze di cui è stata vittima agli psichiatri del manicomio di Napoli dov’è stata internata alla fine del novembre 1917. Le sue parole finiscono in una delle sessantamila cartelle cliniche conservate nell’archivio dell’ospedale: e su questi documenti ha lavorato a lungo la giornalista Anna Marchitelli che ne ha ricavato un libro per l’editore Neri Pozza (pagg. 160, euro 13,50). Ha per titolo “I tredici canti” e nelle pagine l’autrice dà voce alle vicende di altrettanti internati: una scelta precisa, un riconoscimento alla loro ”verità”, lucida e disperata. Alla storia di Rosa Prosdocimo, l’autrice affianca quelle del matematico Renato Caccioppoli, del primo pentito di camorra Gennaro Abbatemaggio, dell’anarchica Clotilde Peani, della spiritista Clotilde Alfieri; poi fa parlare un avvocato, una donna definita “la gravida”, un ribelle, un ragazzo muto, un ragioniere, una violinista, un inventore.

«Ho affrontato le carte del manicomio con coraggio e spavento. Ho constatato l’indifferenza delle istituzioni. Ho preso un impegno con le donne e gli uomini reclusi per sottrarli all’oblio nel quale ancora prima di morire erano stati relegati» scrive nella prefazione Anna Marchitelli.

Il suo impegno si affianca a quello di tanti cronisti e storici che da almeno mezzo secolo, sull’onda della rivoluzione di Franco Basaglia, raccontano la violenza dell’istituzione manicomiale. Sono emerse e stanno emergendo centinaia di immagini segnaletiche, migliaia di cartelle cliniche, progetti e mappe di reparti psichiatrici gestiti con “regole” carcerarie. È emersa anche la separazione tra gli internati divisi secondo le presunte categorie “scientifiche” dettate dalla psichiatria: tranquilli, agitati, da contenere o da far lavorare.

A Trieste non possono non essere citate le ricerche effettuate - come a Napoli - sulle cartelle cliniche dell’ex Opp da Diana De Rosa e da Gloria Nemec. Della prima si ricordano “I mangiatori di pane” del 1998 e “La carrozza di Treves” del 2002; della seconda “Dopo venuti a Trieste” dedicato alle donne dell’esodo istriano rinchiuse a San Giovanni.

Ma ritorniamo a “I tredici canti” e al racconto di Rosa Prosdocimo. «Prima del 1915 ero una donna di casa, sposata con un brav’uomo contadino, avevamo tre figli, due femmine e un maschio, crescevano tutti sani e seppure in miseria, lieti di essere al mondo. Ero molto brava a cucire, le vicine mi portavano sempre un bel po’ di lavoro, mi pagavano pochi spiccioli o con qualche scambio di merce. Perché ero andata a scuola e avevo imparato a leggere e scrivere, sapevo parlare alla gente. Arrivò la guerra e stravolse tutto. Per un breve periodo riuscii a dimenarmi tra il ruolo di moglie di un marito e madre di un ragazzo divenuti entrambi soldati. Poi mi misi a fare l’attivista, incontravo le altre donne nei sottoscala e lì parlavamo».

La cartella clinica non dice di cosa parlassero quelle donne nella penombra dei sottoscala ma non è difficile capirlo. La guerra, la miseria, il marito e i figli lontani, la paura del futuro, l’angoscia continua. Certo è che Rosa Prosdocimo attribuisce a questa attività “politica” contro la guerra la sua entrata in manicomio. «Per questo mi rinchiusero sull’isola della follia, nel manicomio femminile di San Clemente».

L’ultimo colpo è rappresentato dalla rotta di Caporetto e dall’invasione della pianura veneta. «La guerra mi trasportò a Napoli, nel manicomio Leonardo Bianchi». Sfollata con altre compagne di sventura. La diagnosi fu di paranoia allucinatoria di persecuzione. Per un anno restò rinchiusa in quell’ospedale per essere trasferita un anno dopo con le altre 25 donne “veneziane” nel manicomio di Milano. Poi più nulla. Solo silenzio e righe vuote sulla cartella clinica.

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