Dal killer dei senzatetto a Milano alla mala serba e croata investigatori tra strade e salotti



Tre libri, tre città, tre serial killer. Cominciamo con quella più vicina a noi, una Milano che si presta particolarmente a essere raccontata attraverso il noir. Forse perché è da sempre la più europea tra le città italiane, centro finanziario, snodo di interessi e intrighi di potere, è stata lo scenario ideale per molti giallisti, anche prima di Scerbanenco, chi non ricorda il commissario De Vincenzi di Augusto de Angelis, che si muoveva nell'Italia anni Trenta? E più di recente Sandrone Dazieri e Alessandro Robecchi. Nella metropoli lombarda sono ambientati anche i gialli di Romano de Marco, che avrà di certo attinto alla sua esperienza di responsabile della sicurezza di un gruppo bancario, l'ultimo dei quali, 'Nero a Milano' (Piemme, 338 pagg., 17,50 euro), prende le mosse da una serie di omicidi commessi ai danni di poveri senzatetto. Come sempre de Marco è attento anche alla sfera personale dei suoi protagonisti, il commissario Luca Betti e l'amico investigatore Marco Tanzi, entrambi alle prese con dolorose esperienze private.

Una clinica psichiatrica nei paraggi di Berlino alla vigilia di Natale. La bufera di neve ha isolato la struttura e nessuno può entrare o uscire. Nei vasti e silenziosi corridoi si aggira 'Il ladro di anime', (Einaudi, pagg. 229, euro 12,50), il serial killer uscito dalla penna di Sebastian Fitzek, che riduce a larve le sue vittime succhiando loro la volontà. A cercare di scoprire chi è il fantomatico ladro di anime è un ex chirurgo che ha perso la memoria, Casper, e che durante la caccia viene tormentato dall'emergere dal subconscio di pezzi della sua vita precedente. L'aspetto psicologico è centrale in tutti i thriller di Sebastian Fitzek, come sa chi si è appassionato alle trame dello scrittore berlinese fin dal primo 'La terapia', che all'uscita, nel 2006, divenne un bestseller e contese il primato al Codice da Vinci. Con 'Il ladro di anime' Fitzek non smentisce neanche questa volta la sua fama di maestro del colpo di scena.

Glasgow, Scozia, 1973. Dopo il 'Gennaio di Sangue', romanzo d'esordio di Alan Parks, ecco la sua continuazione, 'Il figlio di febbraio' (Bompiani, pagg. 415, 18 euro). Qui il cinico ispettore Harry Mc Coy si muove nella solita Glasgow fredda e piovosa alle prese con un serial killer ossessionato dalla figlia di un gangster locale. Il mondo brutale e violento di Parks, ex discografico scozzese che ha l'ambizione di diventare il cantore di Glasgow, piace a chi ama il modo di raccontare che va dritto al sodo, che non concede niente alla tornitura letteraria ma tutto al ritmo e all'azione. Esattamente il contrario dei gialli anglosassoni pieni di buone maniere e di gentiluomini di campagna cui i libri e lo schermo, grande o piccolo che sia, ci hanno abituato. Qui siamo dalle parti del puro stile hard boiled, per una ventata di cruda realtà.

Abbandoniamo i serial killer per le organizzazioni criminali dei Balcani, tema del secondo giallo di uno dei più apprezzati giornalisti investigativi croati. Drago Hedl, corrispondente di guerra negli anni del conflitto nell’ex Jugoslavia, autore di una decina di libri tra saggi e reportage, con 'Il segreto di Maša’ (Marsilio, pagg. 288, euro 17) ricostituisce la coppia formata dal giornalista Stribor Kralj e dall'ispettore Vladimir Kovač, qui alle prese con gli affari che uniscono clan croati e serbi nella complice indifferenza del potere. La morte apparentemente accidentale di una ragazza che aveva denunciato gli abusi subiti da un politico, mette in moto la voglia di giustizia di Stribor e Vladimir, che scopriranno come tutti i fili delle due indagini conducono nei salotti della buona società croata. Un protagonista, il giornalista investigatore che combatte contro le vessazioni delle cricche dei delinquenti con i giusti agganci negli ambienti che contano, che ricorda il Mikael Blomqvist di Stieg Larsson, e se lo svedese era alle prese con i tatuaggi di Lisbeth Salander, Stribor, il suo omologo croato, è rapito dal serpente tatuato sull'avambraccio della bella Jelena, la collega di Belgrado. —

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