Decio Gioseffi lo storico dell’arte che da Trieste svelò i segreti di Giotto
Sarà un brindisi tra i suoi ex allievi di diverse generazioni a ricordare lunedì, a Trieste, il centenario della nascita di Decio Gioseffi, storico dell’arte, dal 1967 al 1989 docente di storia dell’Arte medioevale e moderna all’Università di Trieste, sua città natale, mentre sulla figura e sul metodo del docente, storico e critico d’arte Decio Gioseffi, c’è l’idea di realizzare un film documentario, ancora in fase di elaborazione.
Scomparso nel 2007, Gioseffi è stato presidente del Comitato di settore per i Beni artistici e storici del ministero per i Beni culturali e ambientali dal 1980 al 1989, membro del Consiglio scientifico del Centro internazionale di storia dell’architettura “A. Palladio” di Vicenza e dell’Università internazionale dell’arte di Firenze, accademico dei Lincei.
Nel comitato di redazione di “Critica d’arte” e della rivista “XY Dimensioni del disegno”, è stato direttore del periodico “Arte in Friuli, arte a Trieste” che ha raccolto una notevole parte del lavoro di ricerca, svolto da lui e dai suoi allievi, nell’istituto di Trieste.
A proposito di tale lavoro Nicoletta Zanni, tra le sue allieve più illustri, docente dell’Università di Trieste, in occasione di un convegno organizzato qualche anno fa a Perugia dalla Società italiana di storia della critica d’arte, ricordava come il professor Gioseffi sia stato sempre presente sia per i suoi collaboratori sia per i suoi studenti, dimostrando «grande disponibilità e la sua silenziosa e non appariscente generosità d’animo di cui hanno a lungo beneficiato, sotto il profilo scientifico, i moltissimi allievi che si sono laureati con lui sugli argomenti più disparati, che potevano riguardare le campane del duomo di Venzone come la computer-graphica, la scultura lignea friulana come l’architettura navale, il colorismo post impressionista o le drôlerie medioevali».
Gioseffi ha avuto importanti riconoscimenti internazionali in particolare per gli studi “Perspectiva artificialis. Per la storia della prospettiva spigolature e appunti” del 1957 e “La cupola vaticana: un’ipotesi michelangiolesca” del 1960, per i quali ottenne il prestigioso Premio Olivetti nel 1957 e nel 1961.
Tra i suoi saggi più significativi va ricordato “Giotto architetto”, del 1963, basato sull’ipotesi secondo la quale l’artista toscano, rivoluzionario della pittura del Trecento con le sue scenografie architettoniche, fosse anche il progettista della Cappella degli Scrovegni di Padova, nonché del campanile del duomo di Firenze e del ponte della Carraia.
Ai costanti interessi per la prospettiva come forma di rappresentazione che dal mondo antico giunge al mondo moderno rinascimentale, e per l’architettura intesa come linguaggio, Gioseffi affiancò importanti e innovative osservazioni su Mondrian e Picasso.
Una sorta di summa del suo pensiero si troverebbe nella sua “Storia dell’arte in Europa” rimasta purtroppo inedita, in forma di dattiloscritto, non rivisto e non ultimato.
Ancora un suo allievo, Maurizio Lorber, ricorda come «la passione per discipline apparentemente lontane dalla storia dell’arte quali l’epistemologia e la semiotica e la sua inesauribile curiosità enciclopedica lo hanno condotto ad applicare un metodo interdisciplinare mai banalizzante a tutte le tematiche delle quali ha trattato».
Seguendo l’insegnamento del suo maestro Luigi Coletti, Gioseffi sosteneva infatti la necessità di approcciarsi all’arte da un punto di vista semiologico.
Nella sua “Introduzione all’arte” del ’69 affermava che il termine “arte” poteva essere ridotto a due significati primari tra loro irriducibili: arte come valore, valore specifico, e arte come linguaggio, o sistema semantico storicamente determinato.
Ancora, e più precisamente in merito al valore dell’arte osservava che “l’opera d’arte in realtà ci commuove o ci esalta non per le informazioni che ci dà (né per il piacere che ci procura) ma in quanto in essa un soggetto esprime sé stesso e ci partecipa qualcosa del suo essere al mondo, della sua condizione umana”.
In merito invece all’opera d’arte come “discorso” osservava che cosa precisamente un’opera ci dica “non riuscirà certo a scoprirlo chi non sia in possesso del codice specifico: chi non conosca, in altre parole, il sistema semantico storicamente determinato cui quell’opera si attiene”. —
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