Dai commerci della famiglia Sceriman alle avventure della dinastia degli Hermet: quei legami tra Trieste e l’antica Persia
Oltre due secoli di contatti tra la città e il territorio dell’attuale Repubblica Islamica d’Iran, oggi teatro di guerra

Occorre rintracciare nella generica accezione di “levantini” le prime tracce di un legame tra Trieste e la Persia, odierna Repubblica Islamica dell'Iran. Tra Settecento e Ottocento era comune indicare sotto questo termine tutti coloro che provenivano dal Mediterraneo orientale, accomunando greci, turchi, armeni, siriani, egiziani e così via. Il minimo comun denominatore era il rispetto nei confronti di minoranze e gruppi percepiti come abilissimi nel commercio e che, attirati dalle possibilità del porto franco, affluivano in cerca di fortuna a Trieste. Queste persone “dal Levante”, quando provenivano dal Medio oriente, appartenevano in larga parte alle minoranze cristiane vissute nelle grandi capitali commerciali affacciate sul Mediterraneo e il Mar Rosso. Dall'odierna Siria, all'Egitto, giungendo all'Istanbul ottomana. In quest'ambito, senza però dimenticare la presenza sporadica di mercanti (anche) di fede islamica, si collocano le prime famiglie persiane.
Paradigmatico, in tal senso, il caso delle famiglie Sceriman ed Hermet. Di fede armena, gli Sceriman provenivano dal Nakhichevan, oggigiorno territorio azero, ma per lunghi secoli parte dell'impero persiano. La famiglia divenne, nel Seicento, un importante gruppo finanziario-mercantile, affermandosi a Nuova Julfa, il quartiere armeno della magnifica città iraniana di Esfahan. Fu in particolare Sarat Sceriman a iniziare il commercio di beni di lusso, in particolare pietre preziose, poi proseguito dai figli con filiali nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. La prima città “europea” dove gli Sceriman si trasferirono fu Venezia; a seguito del declino di quest'ultima fu naturale trasferire magazzini, uffici e case nella Trieste settecentesca.

Egualmente variegata l'origine degli Hermet, accomunata però dalla fede armena (Hermetian, in origine): il “mitico” capostipite Hagop era un medico francese di fede protestante che, per sfuggire alle persecuzioni religiose, trovò rifugio alla corte dello scià di Persia. Qui, a propria volta, si convertì al cristianesimo armeno.
Famiglia stavolta di studiosi di medicina, ma dalla “base” comunque sempre a Nuova Giulfa, gli Hermet ebbero una carriera di medici al servizio di famiglie e figure altolocate, troncata dalle persecuzioni contro gli armeni del tardo Settecento. Il trasferimento a Trieste risale al 1777, quando Gregorio Hermet, di professione commerciante, scelse la città come sede per la sua attività. Hermet inaugurò a Trieste, dietro la chiesa di Sant'Antonio Nuovo, il primo bagno pubblico, disponibile ai cittadini tanto “all'europea” quanto “all'orientale”. C'era accanto anche un localino dove l'armeno Pietro Huby serviva «caffè ad uso di Levante» dove spesso suonava egli stesso «tre strumenti (musicali ndr) turchi». La dinastia Hermet ha poi connotato la storia di Trieste tra Settecento e Ottocento tramite molteplici figure attive in tantissimi campi: dall'impegno risorgimentale di Francesco con il giornale liberale La Favilla, all'impegno nel campo del teatro e della filosofia di Carlo, Guido e Augusto con la Società Filarmonico-drammatica.
La presenza commerciale procedeva all'epoca di pari passo con quella diplomatica: i consolati, durante la Trieste austriaca, erano sentinelle eloquenti dei legami finanziari e mercantili col paese. È pertanto significativo come vi fosse un consolato di Persia, il cui primo abitante fu il diplomatico Carlo Lewy. L'attività si formalizzò poi con il commendatore Ugo Visintin, dal 1912 al 1920 e infine con il console Giulio Uccelli, dal 1923 al 1935. Il colpo di stato in Persia di Reżā Pahlavī, un generale iraniano, aveva intanto portato alla fine del regno plurisecolare dei Qajar e alla nascita della dinastia Pahlavi, il cui ultimo erede, il dittatore Mohammad Reza Pahlavi, festeggiò nel 1971 i 2500 anni della monarchia persiana. A Trieste intanto la dinastia Pahlavi inaugurava, il 5 dicembre 1939, il primo consolato imperiale iraniano, il quale sopravvisse fino al 1941, in piena seconda guerra mondiale.

E qui i rapporti tra la Persia e Trieste sembrerebbero interrompersi: se non fosse per la nascita, negli anni del secondo dopoguerra, della cittadella della scienza, la quale si accompagnò a una (nuova) apertura dell'Università di Trieste nei confronti degli studenti internazionali e degli studi scientifici. L'intensa tradizione iraniana in quest'ambito comportò che, negli anni Ottanta, i giornali locali stimassero la presenza di circa sessanta studenti iraniani presso l'ateneo giuliano. Il Meridiano, con un articolo di Paola Lucchesi del 4 dicembre 1986, in pieno conflitto Iraq-Iran, tratteggiò un quadro vivace della scena studentesca iraniana. L'atmosfera era greve: se ai tempi della dinastia Pahlavi accedere all'Università era roba da ricchi, con la nascita della Repubblica iraniana era diventato affare di religiosi, con l'80% dei posti all’epoca riservato ai pasdaran di Khomeini. Gli studenti a Trieste erano gravati da difficoltà politiche, legate alla presenza di spie del regime pronte a comunicare in patria deviazioni dall'ortodossia della Repubblica; economiche, legate alle cifre esorbitanti richieste dallo Stato italiano onde continuare gli studi e infine sociali, perché era impossibile per un iraniano trovare casa in affitto. «Certo, proveniamo da un mondo che vi è completamente sconosciuto e quindi non comprensibile. Ma bisogna anche considerare che uno studente è di solito una persona colta, che ha letto molto e conosce abbastanza cose del paese in cui si reca da poter comunicare: e ha tutta la buona volontà di farlo», si accalorava uno degli intervistati. Un’osservazione valida tutt’oggi. —
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