Dentro “Il grande me” il dolore e i segreti di una famiglia davanti alla morte

Da giovedì il nuovo romanzo di Anna Giurickovic Dato (Fazi) in parte autobiografico: un padre malato, tre figli, una ricerca



Una raffica di domande aperte, senza risposta, apre il secondo romanzo di Anna Giurickovic Dato, che dopo l’esordio letterario potente e deciso de "La figlia femmina” (finalista al Premio Brancati 2018 e tradotto all’estero in cinque Paesi) torna con “Il grande me” (sempre Fazi Editori, pagg. 220, euro 18, in uscita giovedì).

A Simone resta ben poco da vivere e i suoi figli corrono a Milano per stargli vicino negli ultimi mesi difficili. Nonostante il dolore, per la figlia Carla si tratta di un’occasione importante per recuperare un tempo insieme che in passato non è mai stato abbastanza. Insieme ai suoi fratelli si lascia trascinare dal padre nei ricordi di anni lontani, ripercorrendo le tappe di una gioventù frizzante e di una vita ricca delle esperienze più diverse. Ma la malattia si dilata richiedendo sempre più attenzioni e Simone, la cui lucidità vacilla sempre di più, vuole rimediare a vecchi errori e confessa ai figli un segreto. Inizia così una ricerca, anche interiore, che porterà Carla e la sua famiglia a scontrarsi con un’ulteriore, dura realtà, oltre a quella della vita e della morte.

Una storia parzialmente autobiografica, forte e a tratti destabilizzante, su una giovane donna che si confronta con il dolore di una grande perdita; un libro vero, che emoziona tanto da far dubitare di continuare a leggerlo, soprattutto all’inizio, quando quelle dure quanto semplici domande inchiodano alla realtà, una realtà difficile da affrontare, quasi impossibile da superare, per chi vi è passato attraverso. Urgenza, senso di colpa, affermazione di sé nel qui e ora: già dalle prime pagine la Dato corre, in un’impossibile lotta per strappare ancora un giorno, ancora un momento, per sanare una frattura lunga anni, l’assenza di una vita da colmare in così poco tempo e senza sconti. Una responsabilità che vorrebbe condividere e distribuire anche con altri, perché risulti meno pesante, ma che non può essere comunicata in maniera soddisfacente.

La perdita di una persona amata, la sfibrante battaglia contro una malattia degenerante, giocata a braccio di ferro tra illusione e delusione, speranza e disperazione, è un tema introspettivo ed intimo per antonomasia, affrontato fin dall’antichità da scrittori e sapienti, poiché mette in campo la parte più vulnerabile e limitata del nostro Io, che si specchia nella finitudine animale della vita.

In questo romanzo-confessione, anche la Dato risponde alla chiamata del confronto con se stessa e con i sentimenti a lungo trattenuti dentro di sé. La scrittura arriva in soccorso, i ghirigori del lessico, la ricercatezza di una parola che incede nell’aulico, sembrano essere un rifugio più che sicuro e protetto di fronte all’abisso della perdita, che incombe su di noi facendoci sentire il suo respiro gelido. La penna cruda e sincera dell’autrice alterna stile diretto e prosa sicura a un accennato slang familiare, per esibire l’intimità come ricerca da consolidare, fino a toccare esiti a volte prosaici e moralistici, che sanno di demagogia. A questo impalpabile, aleatorio rifugio rappresentato dallo stile, ricorre cercando conforto per esplicare l’inesplicabile, ammantandosi di coraggio e di una parvenza di sicurezza, celando a fatica la difficoltà, la timidezza e lo sforzo. Più che nella narrazione, il romanzo trova il suo senso nel dialogo interiore, un dialogo che si apre agli altri e alla Vita, scagliandosi come un antico anatema contro tutto ciò che non è malattia e che non può comprendere e abbracciare il momento eterno e insormontabile che sta vivendo.

Un cerchio di vita e morte che si chiude rivelandoci che, di fronte all’ineluttabile, siamo tutti bambini, ingenui ed impauriti, e perdiamo la sicurezza con cui vestiamo i nostri panni di adulti. —

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