Devid Cecconi: «Il mio Gérard ribelle contro le ingiustizie sociali»

Da domani in scena al teatro Verdi “Andrea Chénier” di Umberto Giordano Il baritono toscano debutta nel ruolo, come spesso gli è accaduto a Trieste



Si definisce “un artigiano dell'emozione”, perchè il senso della professione di cantante lirico risiede nella capacità di creare per il pubblico emozioni sempre uniche: Devid Cecconi sale con questa appassionata convinzione sul palcoscenico del Teatro Verdi di Trieste, dove domani debutterà nel ruolo di Carlo Gérard nell'opera Andrea Chénier di Umberto Giordano.

Scritta nel 1896 su libretto di Luigi Illica, è una tragica storia d'amore e morte che si consuma nell'atmosfera inquietante del Terrore e nel tenace tentativo di sopravvivenza della bellezza artistica e dell'idealismo del pensiero politico. Nel primo cast della produzione realizzata in coproduzione con il teatro di Maribor, il poeta Chénier, vittima delle proprie idee (e della mancanza di libertà di espressione), sarà il tenore Kristian Benedikt, mentre Svetla Vassileva interpreterà il ruolo dell'aristocratica Maddalena di Coigny, amata anche da Gérard e che, perdendo tutto, comprende il valore dell'amore, al quale sacrifica la vita.

Cecconi, imponente baritono toscano, porta Trieste nel cuore, perchè in questa città è iniziata la sua carriera con Rigoletto e qui ha debuttato in altri ruoli, come se questo legame fosse ormai legato all'apertura di capitoli importanti del suo percorso musicale. Diretto da Fabrizio Maria Carminati e con la regia di Sarah Schinasi, che offrirà una lettura storicamente documentata di questo affresco della Rivoluzione francese, i lcantante affronterà il ruolo sfaccettato del rivoluzionario che abbandona la livrea servile per inseguire una possibile libertà, da ricercare, drammaticamente, nel difficile equilibrio tra sentimenti e ideali.

Chi è Gérard?

«È il fulcro della storia, un sindacalista ante litteram, colui che attraverso la lettura ha visto il mondo in modo diverso e si ribella alle imposizioni di una società ingiusta. Nella ricerca del cambiamento accade ovviamente qualche sbaglio. Combattuto tra dovere e sentimento, condanna e poi tenta inutilmente di salvare i due amanti, a scapito dei propri desideri, comprende che l'asservimento al potere può esistere anche nella rivoluzione, ma prova comunque a fare la differenza. Con Gérard si parla di valori eterni, amore, tradimenti, gelosie, potere, vendette, temi sempre attuali e che viviamo quotidianamente in luoghi e tempi diversi».

Temperature musicali sempre altissime e grande intensità nei versi del libretto: come vive i colori forti che caratterizzano i tre personaggi principali di quest'opera?

«I personaggi emergono prima di tutto per la loro forte presenza vocale, condizione necessaria anche per riuscire a confrontarsi con un'orchestrazione importante. È la musica stessa a dipingere le personalità e se la tua voce è in grado di affrontare queste tessiture, diventi naturalmente quello che compositore e librettista immaginavano. La regia esalta questa caratteristica, affidandola all'intensità espressiva di piccoli gesti, mettendo in primo piano la musica e rispettando i limiti fisiologici del canto in una tale quantità di momenti musicalmente impervi. La forza di questa vocalità emoziona il pubblico, ma anche noi cantanti. Amo quest'opera e questa produzione, al tempo stesso classica e moderna, e sono felicissimo di poter lavorare con un grande maestro come Carminati».

Personaggi realmente vissuti, da Robespierre a ciascuno dei protagonisti, echi di autentici inni rivoluzionari e ghigliottine legano a doppio filo l'opera al suo contesto, ricreato qui dalle scene di William Orlandi e dai costumi di Jesus Ruiz. Siete chiamati a rivivere la Storia?

«Più che come un affresco storico, la vivo come realtà. Parla di emozioni senza tempo, pur incanalate nella gestualità e nei modi dell'epoca. Occorre viverle, ogni sera in modo diverso. Nessun giorno è uguale all'altro e questo vale anche per il canto: ogni volta è diverso e questo è il bello del nostro lavoro, altrimenti basterebbe cantare ogni opera una sola volta nella vita». —



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