Dom, ritorno a Sarajevo trent’anni dopo l’assedio

Al cinema Ariston proiezione del film alla presenza della protagonista Mirela Hodo

Elena Grassi
Dom, una scena del film
Dom, una scena del film

Irrompe in uno scenario di drammatica attualità l’uscita al cinema di “Dom”, documentario di Massimiliano Battistella sulla vita di Mirela Hodo, tra i bambini bosniaci che nel 1992 furono portati in salvo a Rimini durante l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia, protrattosi fino al 1996. A trent’anni di distanza, e a quaranta di età, Mirela torna per la prima volta da allora nella sua città natale per riconciliarsi con il passato, cercando i suoi amici e soprattutto la madre, di cui conserva qualche foto sbiadita ma un ricordo nitido nel cuore.

Durante la guerra che oggi imperversa tra Stati Uniti, Israele e Iran, Mirela ci racconta che se dalle bombe ci si può salvare, dal dolore no, quello le è rimasto dentro e invece che affievolirsi è cresciuto con lei, spingendo sulla sua identità ferita.

Il pubblico potrà incontrarla domani al cinema Ariston di Trieste in occasione della proiezione di “Dom” alle 20.45, a cui parteciperanno anche il regista Massimiliano Battistella, il produttore Riccardo Biadene, Lisa Pazzaglia (esperta in psicodrammaturgia che ha partecipato, come consulente, alla realizzazione del documentario), Nicole Corritore (Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa) e Chiara Barbo (critica cinematografica e regista triestina). «Avevo immaginato questa vicenda come un film di fiction – svela Battistella – che avrebbe dovuto proprio narrare il viaggio di ritorno a Sarajevo di una donna bosniaca profuga di guerra. Indagando per documentarmi sui fatti reali sono venuto a conoscenza dell’orfanotrofio Dom Bjelave, da cui partirono per l’Italia 66 bambini, e ho voluto trovarli per farmi raccontare la loro esperienza. Quando ho incontrato Mirela sentivo che la sua storia aveva una potenza universale e si collegava a molti temi come lo sradicamento, la maternità, il passato che vive in noi. Mettendola a fuoco come personaggio ho capito che quel film che cercavo in astratto avrebbe avuto la possibilità di concretizzarsi in questo documentario». E allora il regista, nel 2022, comincia a posizionare la sua macchina da presa ad altezza di bambino, anzi di bambina, quella Mirela di cui all’inizio vediamo vecchie polaroid e filmati di repertorio, a Sarajevo prima della guerra e poi a Rimini. Aveva dieci anni e la speranza di tornare in Bosnia «dopo una settimana», come le dissero all’epoca.

Ma le settimane diventarono decadi e una nuova vita per lei prendeva forma in Italia, con un matrimonio e due figli. La pace però, che nel frattempo era arrivata nei Balcani, stentava invece a raggiungere l’anima di Mirela, che ha voluto tornare là, dove la sua infanzia si era interrotta, macinando il senso di colpa dei sopravvissuti e cercando il perdono di chi era rimasto sotto alle bombe. «Abbiamo colto con discrezione e rispetto, ma anche rigore etico e grande partecipazione umana i momenti più significativi di questo viaggio – continua Battistella – cercando di viverli con uno sguardo privo di giudizio e di retorica per restituire verità alla rappresentazione. Lunghi piani sequenza hanno permesso inoltre di mantenere il flusso emotivo della scena che ci si presentava davanti, dal commovente momento d’incontro tra Mirela e la sua istitutrice all’orfanotrofio di Sarajevo, alla cena con i suoi amici, uno scambio intimo tra chi è partito e chi è rimasto, sfociante poi in un ballo, come se da questo confronto tra loro si fosse creata un’armonia». Dopo la presentazione alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e al Sarajevo Film Festival, “Dom” è nella cinquina finalista ai prossimi Nastri d’argento nella categoria Documentari per il Cinema del Reale, imponendosi come una storia emblematica di tanti, troppi, conflitti a cui continuiamo ad assistere. «La parola “Dom” del titolo – chiude il regista – significa “casa” nella lingua parlata in Bosnia, e la intendo nella sua accezione di “madre terra”, il luogo a cui resta sempre e comunque agganciato il nostro cordone ombelicale, come dice Mirela, a prescindere da dove ci porti il destino. Vorrei che il film aprisse una riflessione su come i bambini vivono la guerra in ogni parte del mondo, sul loro senso di abbandono e d’impotenza, di perdita e di necessità di ritrovarsi».

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