Così la Libia salvò Dudovich. Esordi, declino e rinascita dell’alfiere della cartellonistica
L'esposizione dell'Irci in via Torino a Trieste indaga la parabola dell'illustratore triestino: dai grandi cartelloni d'inizio Novecento al cambio di registro tra le dune negli anni Trenta

Può un artista (ri)nascere due volte? La nuova mostra a Trieste dell’Irci - Istituto Regionale per la Cultura Istriano - fiumano– dalmata se lo chiede interrogando il patriarca della cartellonistica italiana, il grande Marcello Dudovich.
Intitolata non a caso “Le due età”, l’esposizione sfrutta gli spazi di via Torino per una (doppia) esposizione spazio-temporale: da un lato, verso le finestre, si dipana la narrazione del Dudovich nascente astro triestino che, all’alba del secolo (1899), firma il piccolo, ma formidabile manifesto “Fisso l’idea” dove un nudo adone, intento a tracciare un graffito col nuovo formidabile inchiostro, già condensa l’idea di un’arte nuova, libera dal decorativismo floreale dell’art nouveau.
Dall’altro, nella sezione a destra, la rinascita in tarda età, nel 1937: un Dudovich in difficoltà per la concorrenza accetta l’invito della nipote Nives Comas Casati a recarsi in Libia dove il governatore Italo Balbo, ansioso di rilanciare lo scatolone di sabbia in una colonia modello, si va circondando di artisti italiani.
I grandi manifesti della Belle Époque
La divisione si ripropone anche nelle forme e negli stili: l’esperienza con i Campari, Borsalino, i fratelli Mele e tanti altri ripropone il Dudovich protagonista assoluto della Belle Époque, con la possibilità di ammirare a dimensioni reali (e quali dimensioni! ) i cartelloni originali, frutto di un certosino lavoro di collezione di Loris Calcaterra.
Si ripropone qui un fascino che ha origini leggendarie in quell’anonimo francese che, nella Parigi del tardo Ottocento, per primo trafugò un cartellone di Alphonse Mucha, catturato dal fascino di Sarah Bernhardt.
Il periodo libico e l'incontro con Balbo
La sezione libica invece moltiplica le opere, ma le frammenta, le riduce in dimensioni: la collezione, stavolta di Salvatore Galati, esplora un eterogeneo insieme di quadri, schizzi, bozzetti, opuscoli, fotografie e riviste collegate all’esperienza in terra d’Africa di “Dudo”.
Balbo conosceva già Dudovich dalle decorazioni commissionate per l’aeromensa e l’aerobar del Palazzo del Ministero dell’Aeronautica e giunto, suo malgrado, in Libia si circondò presto di uomini fidati.
La visita di Dudovich si collocò nel fulgore del rilancio della colonia: Balbo cercò di avere un consenso locale e, stretto tra l’Egitto britannico e la Tunisia francese, propose una Libia che fondesse il fascino dell’antico col ruggito dei motori.
Ecco allora la costruzione del Grand Hotel e dello Uaddan Hotel-Casino; il mensile illustrato Libia e Il Corriere di Bengasi; e soprattutto la ciclopica costruzione della Litoranea libica coi suoi 1122 chilometri in pieno deserto da Tripoli a Gadàmes.
Tra modernità e fascino d'Oriente
Proprio con riferimento a quest’ultima opera, s’inserisce l’operato di Dudovich che ricevette dall’Ente Turistico Alberghiero della Libia l’incarico delle sedici tavole per l’opuscolo “L’Itinerario Tripoli– Gadàmes”. La guidina, pubblicata in italiano, inglese e tedesco, mirava a intercettare l’alta borghesia europea e costituì un cambio di registro notevole.
Le illustrazioni di Dudovich tratteggiano infatti un incontro/ scontro tra un’antica civiltà e la tecnologia: le auto sfrecciano sulla Litoranea con un futuristico insieme di linee verticali e aguzze, mentre cammelli, dromedari e asini incedono con lentezza, fasciati da linee tonde, organiche, vecchie.
Eppure il fascino delle Mille e una Notte e della passione per l’oriente è ancora presente: i Tuareg avanzano lenti e maestosi, i panorami di bianche mura appaiono come impossibili architetture d’una fiaba, il deserto scintilla di miraggi fantastici.
Come argomenta la professoressa Maria Cecilia Lovato, citando una lettera di Dudovich dove scrisse che gli italiani in Libia «hanno regalato al mondo un pezzo di terra civilizzata», l’illustratore triestino era pienamente allineato alla propaganda coloniale; eppure non si può nemmeno negare la sua attenzione alla cultura locale, ad esempio nel poster con la mano di Fatima sovrapposta all’immagine dell’Hotel o alla dignità con la quale tratteggiava gli abitanti e le autorità locali.
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