Le colazioni parigine sul lettone di Lolò circondato dai gatti
Il racconto intimo delle abitudini di Leonor Fini fatto da Lilly e Annamaria, le cugine triestine dell’artista. Istantanee di una vita sempre fuori dagli schemi tra ménage a trois, divani rossi in salotto e alberi di Natale senza decorazioni

«Quando andavo a trovare Leonor a Parigi, con lei e i suoi due compagni, Costantin Jelenski, importante intellettuale polacco conosciuto a Roma nel ’52, e Stanislao Lepri, diplomatico italiano – che per la Fini aveva rinunciato alla carriera –, e raffinato pittore surrealista, incontrato nel 1941, con i quali viveva in un ménage a trois, il mattino facevamo colazione sul suo lettone, circondati da molti gatti. E con noi c’era anche un’artista cinese».
Vita parigina e ricordi di famiglia
Lo raccontava Mary Bassich Frausin, seconda cugina della pittrice e sua coetanea, alle figlie Lilly Frausin Vidorno e Annamaria Frausin Sadar, intervenute al primo, affollatissimo appuntamento collaterale della mostra “L’arte triestina al femminile nel ‘900 d’avanguardia italiano ed europeo” (al Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste fino al 27 settembre), che vede un’importante sezione dedicata alla grande artista di madre e formazione triestina accanto a quelle dedicate a Maria Lupieri, Maria Melan, Anita Pittoni e Miela Reina: rassegna ideata per testimoniare l’avanguardia di queste straordinarie protagoniste del secolo breve nello stile di vita personale e nella sperimentazione artistica.
Lilly e Annamaria sono le cugine triestine, uniche parenti di Leonor rimaste ancora in vita. La loro dimestichezza nei suoi confronti è dovuta al fatto che la loro madre, Mary Bassich Frausin, cugina della Fini, era molto amica della mamma della pittrice, Malvina, e di Leonor e si recava appunto spesso a trovarla a Parigi, ricevendo in tali occasioni affettuosi doni: abiti dell’artista, disegni, acquerelli e un’opera di Lepri o un ritratto che le aveva dedicato Achille Funi, suo maestro e compagno negli anni giovanili. «Nostra madre parlava sempre di lei: era gentile ma senza grandi effusioni», ricordano.
Tra le due cugine Mary e Leonor – unite nel ricordo delle sorelle Lilly e Annamaria, da un curioso, esplosivo e tutto triestino mix di spirito d’indipendenza e inclinazione verso un’esistenza vivace e un po’ stravagante –, intercorse un fitto contatto epistolare durato anni, in cui la pittrice raccontava alla parente/amica il proprio quotidiano fatto di gioie e di battaglie. Lettere che purtroppo Mary Bassich bruciò quando, per un malinteso, il loro rapporto si ruppe.
Le festività nella casa di rue de la Vrillière
Chi serviva la colazione in casa Fini era certamente il fedelissimo maggiordomo/segretario Rafael Martinez, che sarebbe divenuto erede universale della pittrice. Morì però sei mesi dopo di lei, lasciando tutto alla propria sorella, una cuoca impreparata a tale esperienza. E poi non si sa bene come siano andate le cose.
«Fu Rafael a servire lo champagne – ricorda ancora Lilly – la sera di un Capodanno trascorso nella casa parigina di Leonor, negli anni Ottanta, a cui fummo invitati mio marito Bruno e io assieme ad altri due amici, uno dei quali parente di Svevo e richiesto da Leonor perché al grande scrittore triestino era molto interessato Jelenski, che la Fini chiamava affettuosamente “Kot (in polacco “gatto”)”. Né va dimenticato che Leonor, Mary Bassich e la elegantissima zia Nelly, allora giovani e belle, erano invitate ai ben noti pomeriggi domenicali in Villa Veneziani a Trieste, dove Svevo viveva con la sua famiglia».
«In occasione di quel Capodanno la casa parigina della pittrice era addobbata con un grande pino – afferma Lilly – per nulla decorato, mentre alla base erano stati collocati dei gatti in porcellana bianca. E in quella serata di festa lei fu molto divertente, simpatica e allegra».
I gatti nell’abitazione di rue de la Vrillière erano però veramente troppi secondo Annamaria, ma non bisognava mostrare questo pensiero. «Lei stava seduta su un divano rosso sovrastato da un suo grande e bel dipinto, un po’ spinto, e con accanto un tavolino Boulle (antico arredo francese con intarsi di ottone tartaruga)», ricordano le sorelle.
Il legame con Trieste e lo stile inconfondibile
Dall’incontro/intervista con Lilly e Annamaria è scaturito il ritratto di una figura femminile dal tratto signorile, forte e conscia di se stessa, che non temeva di stupire anche attraverso un abbigliamento sempre molto personale e azzardato.
«Quando la incontrai per la prima volta erano gli anni Cinquanta, avevo circa 14 anni – ha rammentato Annamaria –. Lei era venuta a trovare la sua mamma e veder arrivare in una Trieste addormentata questa donna tutta vestita di nero, che indossava degli stivali alti fino al ginocchio e un cappello dello stesso colore, mi fece un’impressione enorme. E poi quegli occhi che ti scrutavano, perché lei non ti guardava, ti scrutava… Quando arrivava a trovare Malvina, si andava fuori a cena in uno dei due buoni ristoranti di pesce di Trieste, lei ci teneva molto ed era accompagnata da Stanislao Lepri, un vero gentiluomo. Ma non veniva però molto a Trieste perché andava soprattutto la mamma a trovarla a Parigi. Poi, nel 1969, fu qui a ricevere il San Giusto d’oro, festeggiata con una grande cena dalla pittrice Tiziana Fantini – ha ricordato Lilly –. E la statuetta fu poi lasciata a Mary, che la collocò sotto il suo letto».
Gli ultimi anni e la visita a Parigi
I rapporti tra Leonor e le parenti triestine erano molto stretti, perciò, quando lei fu protagonista nel 1983 di un’importante personale al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, Mary Bassich con le sorelle e la figlia Lilly parteciparono alla vernice. Ma Leonor, self made woman, concentrata a trattare i propri affari, comparve al braccio di un ignoto accompagnatore e non le degnò neppure di uno sguardo.
«Poco dopo la sua morte – così Lilly – andai a Parigi e volli rivedere la sua casa. Mi accolse un bel giovane americano biondo e rimasi colpita nel rivedere la sua stanza da letto, tutta di un rosso scuro intenso, e l’atelier, che si trovava al secondo piano mentre Leonor viveva al primo. Un luogo ancora intatto e abitato dai suoi gatti, che continuava a parlare intensamente di lei».
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