Quel faro nato tra ritardi e ripicche: il libro che svela i segreti della Lanterna

Nella ricostruzione di Lucia Krasovic Lucas si va dalle diatribe tra architetti come Pertsch e Valle fino allo spegnimento nel 1969: un viaggio nella memoria della Trieste asburgica e marittima

Paolo Marcolin
La veduta aerea della Lanterna. Archivio Bruni
La veduta aerea della Lanterna. Archivio Bruni

A leggere il libro che l’architetto Lucia Krasovic Lucas ha dedicato a “La Lanterna. Trieste e il suo faro” (Mgs Press, 87 pagg., 13 euro), zeppo di mappe, disegni, schizzi di progetti, frutto di una documentata ricerca che ricostruisce la storia del primo faro triestino, c’è una cosa che balza agli occhi. Che la Lanterna è un caso di scuola triestino.

Origini e ritardi storici

Dalla sua prima ideazione all’inaugurazione, nel 1833, passarono una sessantina d’anni, un ritardo da far impallidire perfino l’attesa di un Tfr. La Lanterna, come tante opere nate o mai nate sotto San Giusto, rappresenta insomma la ben nota storia di Sior Intento, costellata di infiniti stop and go. Vediamo perché.

Le prime ipotesi di un faro fortificato da innalzare sullo scoglio dello Zucco risalgono al 1770. A richiederlo erano gli armatori che volevano rendere sicuro l’approdo del loro naviglio, che negli anni del Porto Franco stava diventando sempre più numeroso.

Pochi anni dopo fu il governatore von Zinzerdorf a portare la proposta del faro fino a Vienna, ma le sue istanze rimasero senza esito. Finalmente nel 1816 la Deputazione di Borsa (oggi diremmo la Camera di commercio) decise di costruire ben tre fari: a Trieste, a Salvore e a Promontore. L’anno dopo si inizia a tirar su quello di Salvore e in un anno il manufatto è pronto. A inaugurarlo arriva addirittura l’imperatore Francesco I. E quello di Trieste? Niente.

Le contese tra archistar

Passano altri anni e si arriva al 1824, quando l’architetto Pertsch, che nel frattempo ha firmato palazzo Carciotti e la Rotonda Pancera, viene incaricato di redigere un progetto per la Lanterna. Ma diatribe e discussioni tra Deputazione di Borsa, magistrato, autorità militari e la direzione alle Fabbriche di Trieste e Vienna fanno rinviare il tutto.

Nel 1828 Pertsch elabora un progetto a pianta circolare, ma nel frattempo la direzione alle Fabbriche decide di farsi un progetto per conto proprio e il povero Pertsch, nonostante sia un archistar, è costretto a riscrivere il suo, di progetto, finché nel 1831 ne sforna un altro che tiene conto dei suggerimenti statali.

Il progetto diventa operativo ma a eseguire i lavori viene chiamato l’architetto Valle. E a questo punto a Pertsch sarà venuta una crisi di nervi, perché pure lui, forse per ripicca, propone delle varianti. Così Valle rifà i costi di spesa, che ammonteranno a quasi 26 mila fiorini: tradotti nel solo valore dell’argento, oggi sarebbero circa mezzo milione di euro, ma come peso economico per l’epoca valevano probabilmente molto di più.

L’inaugurazione e il ruolo nell’Impero

Saltiamo altri passaggi e arriviamo all’11 febbraio 1833 quando la nostra Lanterna viene finalmente inaugurata. Sono passati 63 anni da quando si iniziò a pensarci. È o non è una storia tipicamente triestina?

I documenti che l’architetto Lucia Krasovic Lucas ha rintracciato nell’Archivio di Stato permettono di ricostruire minuziosamente tutti i passaggi, gli intoppi e le ripartenze della vicenda che, finalmente conclusa, ha fatto di quello triestino il più settentrionale dei sessanta fari realizzati dall’impero austriaco che guidavano la navigazione da Trieste fino a San Nicolò a Budva, in Montenegro. La struttura univa funzione marittima e difensiva: non solo luce per guidare le navi, ma anche presidio portuale.

Testimonianza di un’epoca passata

La torre, alta poco più di trenta metri, ha la forma di una colonna dorica leggermente rastremata, è rivestita in pietra d’Istria, con aperture incorniciate in pietra d’Aurisina. Prima alimentata a olio, poi a petrolio e infine elettrificata nel 1926, la Lanterna ha accompagnato per oltre un secolo l’ingresso delle navi nel porto di Trieste. Fino al 1969, quando fu definitivamente spenta.

Oggi resta uno dei segni più riconoscibili della Trieste marittima: una testimonianza della città emporiale, della sua stagione asburgica e del suo rapporto quotidiano con il mare. La Lanterna, suggerisce Krasovic Lucas, attende la sua rigenerazione. Andrebbe prima di tutto liberata dai caseggiati che la soffocano per riportarla all’aspetto tramandato dalle cartoline dell’epoca. I fari, dal tempo in cui erano solo fuochi accesi sulle alture che Omero nell’Iliade paragonava allo sfavillio dello scudo di Achille, sono i punti di incontro della città con il proprio mare.

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