È il guadagno quel che conta nelle cliniche psichiatriche nipponiche

«In Giappone oggi si contano oltre 300mila posti letto nei reparti di psichiatria: una cifra spropositata per un Paese avanzato, sia in rapporto alla popolazione totale sia in termini assoluti...

«In Giappone oggi si contano oltre 300mila posti letto nei reparti di psichiatria: una cifra spropositata per un Paese avanzato, sia in rapporto alla popolazione totale sia in termini assoluti - scrive il traduttore e sociologo Tetsutada Suzuki nella postfazione giapponese del libro "Basaglia: una biografia" -. Basti pensare che nel nostro Paese, a fronte di una popolazione di 127milioni di persone, è concentrato un quinto dei degenti psichiatrici del mondo. E non solo. La media dei giorni di degenza nei reparti psichiatrici è di circa 300, contro i 36 negli altri Paesi appartenenti all'Ocse. Infine il numero dei trattamenti sanitari obbligatori, spesso in condizioni di violazione dei diritti umani dei pazienti, è altissimo».

Negli ultimi 30 anni il numero dei letti manicomiali è diminuito in tutti i Paesi sviluppati, tranne che nel Sol Levante, dove invece sono drasticamente aumentati. Il 90 per cento di questi posti letto si trova in ospedali privati, per i quali il guadagno viene prima della vita dei pazienti. Quasi ogni ospedale psichiatrico ha un proprietario diverso, che spesso coincide con lo stesso psichiatra che lo dirige. Dato che il guadagno è direttamente proporzionale al numero dei ricoverati, i letti devono essere sempre pieni. Spesso i letti vengono riempiti con malati di Alzheimer e anziani.

«Dagli anni ’70 i servizi di salute mentale giapponesi sono stati spesso criticati dall'Oms e da altre organizzazioni internazionali del settore - sottolinea Toshihiko Ouchi, che in Giappone è docente in una scuola speciale per persone disabili -. Nel 2004 il governo ha deciso di chiudere con le politiche sulla salute mentale che ponevano al centro le cliniche psichiatriche e aprire a nuove riforme basate sui servizi sanitari territoriali. Ma dopo circa dieci anni la situazione della "porta chiusa" nella salute mentale di fatto non è cambiata, complici la passività delle amministrazioni locali e l'aperta opposizione delle cliniche private».

(g.ba.)

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