«Era capace di grandi slanci d’affetto ma polemico su ipocrisia e mediocrità»



Nei momenti dolorosi che seguono la perdita di un amico, viene naturale fissare tratti e immagini che hanno accompagnato un rapporto. Ho sempre ammirato e amato Nico, come scrittore e come persona, per tante ragioni: per la sua franchezza, sincerità, profondità, candore, naturalezza. Capace di grandi slanci affettivi, di sentimenti profondi di amicizia e di gratitudine: ricordava sempre, con nostalgia e ammirazione, gli insegnamenti del grande bibliotecario Stelio Crise con cui aveva lavorato nel secondo dopoguerra a Trieste, alla biblioteca generale dell’università, prima di intraprendere la strada che lo avrebbe portato a lavorare con successo nell’editoria, nel cinema, nel giornalismo; e come scrittore di prose e poesie di grande qualità.

Portato alla comprensione delle ragioni degli altri ma anche a grandi accensioni polemiche di fronte a ipocrisie, giochi di convenienze, atti di furbizia, mediocrità comportamentali. E a giudicare fatti e persone fuori dalla considerazione di ruoli, gradi, notorietà: con un senso implacabile di giustizia, di apprezzamento del rispetto dei valori e della correttezza etica. E, di fronte ai fatti artistici, con un’attenzione al livello, alla qualità, alla profondità, alla sincerità dei testi. Ciò che lo portava, per esempio, a rivendicare la grandezza di Giotti e della sua poesia nel quadro della cultura letteraria del Novecento italiano.

Sono tratti, questi, che si percepiscono anche dietro i suoi splendidi versi dagli anni giovanili in Friuli (che il cugino Pasolini aveva analizzato in una pagina acuta che si legge in “Passione e ideologia”) ad anni più recenti, trevigiani, come questa poesia del 1980: Non amando più la vita/ è difficile scrivere versi/ ma se hai voglia di morire/ ecco la novità/ di quella polvere strana.

Versi di grande sensibilità, finezza e “grazia“ conquistata (come voleva Pasolini); pari al carattere di quelle parole intense e profonde con cui - anche recentemente, a San Vito al Tagliamento - Nico aveva commentato, commosso, il senso, per lui, del lavoro poetico e le ragioni di quel premio di Poesia al quale egli aveva dato vita assieme ad alcuni grandi come padre Turoldo, Silvio Guarnieri, Andrea Zanzotto, Fernando Bandini, tra gli altri.

Parole di grande forza, incisività ed eleganza, come quelle usate – in tante sue pagine - nella rievocazione dei grandi che aveva conosciuto e frequentato (tra gli altri Parise, Penna, De Pisis, Gadda, Comisso) ma anche di amici senza nome e dei “giovani trovati e perduti“.

Sono pagine, le sue, ricche di dolcezza, autoironia, leggerezza: dove sembrano avere un rilievo particolare l’inquietudine, l’amicizia, la solitudine: tratti di uno scrittore tenero e drammatico, fragile e timido ma pure polemico. Grande poeta d’amore ma anche notevole scrittore di viaggi e di atmosfere. —



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