Dall’esodo all’emigrazione: se la tragedia nazionale diventata diaspora globale
Esce il nuovo saggio di Roberto Spazzali “Lontano da qui”: la storia giuliana raccontata oltre il confine orientale

«Da quella volta non l’ho rivista più/ Cosa sarà della mia città/ Ho visto il mondo e mi domando se/ Sarei lo stesso se fossi ancora là», cantava Sergio Endrigo, rendendo omaggio alla sua Pola. Il tema della migrazione ha interrogato la storiografia per decenni, e il caso giuliano ha rappresentato certamente uno dei contesti più articolati da analizzare.
Roberto Spazzali, storico di vaglia e profondo conoscitore del fenomeno, ha realizzato un corposo saggio “Lontano da qui. Storia dell’emigrazione giuliana nel mondo” (Ares, pp. 304, euro 20), tra i più completi e rigorosi per comprendere l’emigrazione giuliana tra Otto e Novecento, collocando l’esperienza di una regione di confine all’interno dei grandi processi migratori europei e globali.
Il merito principale dell’opera sta proprio nell’aver superato una lettura localistica dell’esodo giuliano, restituendone invece la complessità storica, sociale e antropologica. Spazzali chiarisce fin dall’introduzione come l’emigrazione non sia un’eccezione, ma un tratto strutturale della storia umana, distinguendo tra migrazione come scelta economica e migrazione come necessità di sopravvivenza.
Questa distinzione è fondamentale per comprendere la specificità giuliana, dove alla ricerca di migliori condizioni di vita si affianca spesso la perdita traumatica della patria. Emblematica a proposito la considerazione dell’autore, secondo cui l’emigrazione comprende «tanto chi cerca di migliorare la propria condizione sociale quanto chi invece deve ricostruirla integralmente dopo avere perduto tutto».
Il ruolo dell’emigrazione giuliana emerge con forza nel secondo dopoguerra, quando l’esodo da Istria, Fiume e Dalmazia si intreccia con i flussi migratori internazionali organizzati da enti e istituzioni sovranazionali. Spazzali sottolinea come molti profughi, dopo una prima accoglienza in Italia spesso deludente, abbiano scelto la via dell’emigrazione transoceanica, trasformandosi da esuli in emigranti: una condizione ibrida che segna profondamente la loro identità.
Spazzali colloca l’emigrazione giuliana dentro un quadro più ampio, ovvero all’interno degli equilibri geopolitici internazionali. Ma è nel Novecento, tra guerre mondiali e crollo degli imperi, che il fenomeno assume un carattere drammatico: agli emigranti economici si affiancano profughi ed esuli, persone che non lasciano la propria terra per scelta, ma perché non hanno alternative. È qui che l’autore coglie uno dei nodi nevralgici della questione, ovvero la constatazione che l’emigrazione riguarda «tanto chi cerca di migliorare la propria condizione sociale quanto chi invece deve ricostruirla integralmente dopo avere perduto tutto».
Il volume mette inoltre in evidenza la funzione centrale del porto di Trieste come snodo migratorio, non solo per i giuliani ma per l’intero spazio austro-ungarico. Le pagine dedicate alla “Casa del Migrante” mostrano con chiarezza le ambivalenze di questo luogo: spazio di accoglienza e controllo, di speranza e sospetto. Colpisce l’osservazione in base alla quale si era diffusa «la convinzione popolare che fossero portate proprio dai migranti», segno di una diffidenza sociale che accompagna storicamente i fenomeni migratori.
C’è una storia giuliana che non finisce sul confine orientale, ma continua nei porti, nelle stazioni e nei continenti lontani. Per molti istriani, fiumani e dalmati l’Italia non è il punto d’arrivo, ma solo una tappa. I campi profughi e le difficoltà di inserimento spingono migliaia di persone verso Canada, Australia e America Latina. È l’emigrazione che segue l’esodo, trasformando una tragedia nazionale in una diaspora globale. In poco più di trent’anni il territorio giuliano cambia più volte sovranità, cancellando cittadinanze e identità amministrative.
Nei paesi di arrivo, molti emigranti vengono registrati genericamente come “austriaci” o “jugoslavi”; altri diventano apolidi. È una condizione che racconta meglio di qualsiasi numero lo spaesamento di intere comunità. L’autore conduce uno studio sostenuto dall’uso integrato di dati statistici, fonti istituzionali e analisi di lungo periodo.
Spazzali non si limita a ricostruire rotte e numeri, ma insiste sull’impatto dell’emigrazione sul tessuto sociale e culturale della Venezia Giulia, definita come «una regione di frontiera complessa e tormentata», segnata da continui mutamenti di sovranità e appartenenza.
Un volume necessario per comprendere uno dei molti volti del confine orientale. Spazzali presenterà il saggio venerdì 20 febbraio alle 17.30 nella sede dell’Irci a Trieste in dialogo con la giornalista Viviana Facchinetti e letture di Sara Alzetta.
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