Ezio Mauro: «Sui migranti scarichiamo la nostra paura di una vita fragile e precaria»

L’INTERVISTAFai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni. Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini. Fai...
13/09/2017 Roma, Rai Storia presenta il programma Cronache di una rivoluzione nella foto Ezio Mauro
13/09/2017 Roma, Rai Storia presenta il programma Cronache di una rivoluzione nella foto Ezio Mauro

L’INTERVISTA



Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni. Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini. Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino.

E che tanti singoli destini, una volta saldati assieme, rischino di diventare lo spirito, in questo caso maligno, di un popolo, è l’allarme lanciato da Ezio Mauro, per vent’anni direttore di “Repubblica” che nel saggio “L’uomo bianco” (Feltrinelli, pag. 138, 15 euro) misura la febbre del Paese che si sta rinchiudendo nella corteccia delle proprie paure e in cui il primato della ragione sta cedendo a emozioni scomposte, talvolta feroci.

Da quando qui da noi all’uomo bianco corrisponde il suo opposto, l’uomo nero?

«Dall’Anno Zero. Il punto zero della vicenda italiana, fuori da ogni percorso di sviluppo, per un Paese laterale, antico e immaginario. Dove tutto è sospetto per l’uomo zero, superstite solitario, scartato dalla crescita, ferito dalla crisi, deluso dalla politica. Fisso la data precisa nel 2010, quando a Rosarno, in Calabria, persone che non sono mai state identificate, sparano a tre braccianti di ritorno dai campi, solo perché di colore. Persone in grado di intendere e volere, tipo Luca Traini a Macerata, che impugna una Glock, come nei polizieschi, il Lupo che va a caccia di “negri”. Ci troviamo al cospetto di una metamorfosi dei costumi, delle nostre abitudini, della nostra etica. A me interessava analizzare questa mutazione in corso che ci coinvolge tutti».

Intende dire che un sentimento sommerso, inconfessabile, a un certo punto straripa in comune sentire?

«Alcuni operano vendette personali e si arrogano di compiere un atto pubblico, incarnano nella loro mente quella che reputano una volontà generale. In realtà si sentono legittimati dal clima che permea il Paese e non solo il nostro. Il risentimento universale cammina, si condensa e poi si rende visibile nel livore. Squarciati valori e tradizioni, i grandi partiti politici, destra e sinistra, resta solo la crisi. La crisi più lunga del secolo».

Cioè la crisi indebolisce la stessa identità concettuale dell'Occidente?

«Si sta rompendo il patto del dopoguerra tra capitalismo, Stato sociale e sistema democratico. La mondializzazione cancella le classi mentre produce nuove espulsioni, con il ceto medio che si sta inabissando psicologicamente tra gli sconfitti: il precario è il nuovo proletario. E c'è chi ne approfitta, dicendo che la sua rabbia è giusta, che è sacrosanto indirizzarla verso i soliti noti, rapinatori di speranza e di futuro».

Allora lei ritiene che se non ci fosse la crisi, se il lavoro fosse abbondante e non precario, non emergerebbero questi rigurgiti razzisti?

«Penso che non emergerebbero. Quando a Gorino, frazione sul delta del Po, due anni fa le donne rifiutano di accogliere dodici extracomunitarie proclamano: “qui non c’è niente neanche per noi”. Gli uomini a pesca dall’alba, l’unico ostello-bar che sarebbe stato sequestrato. L’ospedale più vicino a 60 chilometri, il medico un’ora al giorno e poi se ne va. Ecco, se la politica si fosse fatta carico di quel “niente”, del problema del lavoro, forse il diniego non ci sarebbe stato».

Magari ci sentiamo assediati, sentiamo la nostra terra sempre meno nostra?

«La terra che abitiamo è nostra, ma non nel senso della proprietà. È nostra in termini di affetti, usanze, luogo dei nostri Lari e Penati; ma è anche di chi è approdato qui cercando una sponda di liberà per sé e per i figli. Perché dovremmo precludergli di sentirla come propria? Naturalmente in cambio del rispetto delle nostre leggi e regole, della cornice di diritti garantiti dalla Costituzione».

Non ritiene che l’Italia non si rinchiude tanto al colore della pelle quanto piuttosto all’odore della miseria in cui temiamo di cadere, noi assieme ai migranti?

«Penso che far stare un pezzo della disperazione del mondo dentro la razionalità del governo occidentale sia compatibile. Attenzione, noi stiamo scaricando sui migranti tutte le colpe del secolo. La paura, che prendiamo come un pacchetto indistinto, è invece composita. La disoccupazione, la precarietà, la mancanza di tutele da parte della politica, diventata impotente. La sinistra non se ne è fatta carico come avrebbe dovuto. La torsione è tale che la democrazia si trova improvvisamente davanti alla prova dell’universale. È una lotta di classe di formato inedito. Il Paese è giunto al punto in cui il welfare si trasforma in privilegio, la coscienza di sé scarta gli ultimi, il destino degli altri non ci interpella. Finiscano dove vogliono, come possono, finiscano comunque. Purché finiscano. Non da noi, non ora, soprattutto non qui. Oltre il nostro orizzonte basso». —



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